Journeyman

Journeyman
di Ygor Varieschi

Joe Burden entra dalla porta come un orso ferito, e quando sente il suono di una campanella per un istante si ferma. Ha un occhio pesto e chiuso, lividi sulle tempie e delle mani grandi dalle falangi un po’ storte che appoggia sul bancone, ma senza far rumore.
Laverne, che è la cameriera di turno a quell’ora di notte, non l’ha mai visto prima d’ora.
«Un caffè lungo e un’omelette al formaggio, per favore.» La voce, bassa e ferma, non è quella di un ubriaco. «E anche un po’ di ghiaccio, se possibile.»
Laverne, che ha un marito a cui piace cacciarsi nei guai, lo squadra e legge che sì, quell’uomo è nei guai, ma non quel genere di guai in cui si caccia suo marito.
«Brutta giornata» dice mentre gli porta il ghiaccio e uno straccio pulito. Gli sorride, e per Joe quello è il primo sorriso che vede nell’ultima settimana.
«Grazie» fa lui, che avvolge i cubetti di ghiaccio nello straccio e trova un po’ di sollievo per l’occhio dolente. Lei, intanto, gli porta anche il caffè caldo. «Non è stata così brutta come giornata. Due giorni fa sì, che lo è stata. Ma oggi va meglio.»
«Beh, a guardarti non si direbbe.» Su quelle mani grandi Laverne nota i segni di alcune fasciature. «A che ripresa sei arrivato?»
Nell’unico occhio buono di Joe balena un guizzo d’orgoglio. «Fino all’ultima» le dice. E sorride. Il primo sorriso che Joe si concede nell’ultima settimana.
Dalla cucina esce un ragazzo, alto e longilineo, che porta a Joe la sua omelette in un piatto leggermente sbreccato. Il ragazzo arriva e se ne va come se fosse di gran fretta. A Joe viene una fitta alle tempie, e si mette il ghiaccio prima sul lato destro e poi su quello sinistro, che gli fa più male perché è il lato dell’occhio chiuso. Poi con l’altra mano prende la forchetta, e taglia l’omelette con il lato lungo di uno dei rebbi. Sempre senza far rumore.
Laverne lo osserva. È strano vedere un uomo così grosso e malridotto che non si lamenta, non si muove sulla sedia e non fa alcun rumore. Poi la porta della cucina si apre, e ne esce di nuovo il ragazzo, vestito con un giubbotto pesante aperto sul davanti e un berretto di lana calcato sulla testa.
«Fuori nevica» dice Laverne. «Dovresti chiudere quel cappotto o ti verrà un malanno.»
Il ragazzo non ha l’aria di chi si vuole sentir dire cosa fare, ma dopo qualche passo si ferma, sbuffa, appoggia il borsone sul tavolo e si allaccia il giubbotto.
Joe alza lo sguardo dal piatto e legge quello che c’è scritto sul borsone. «Vai nella palestra di Archie Kidd, giù in città?»
Il ragazzo, che ha una folta zazzera bionda che spunta dal berretto di lana nero, lo guarda in faccia. Qualcuno a scuola gli aveva parlato dei ciclopi, e lui non si era mai raffigurato come potesse essere un ciclope fino a quel momento.
«No» risponde. «La borsa non è mia. Me l’ha prestata il padre di un’amica. Non faccio boxe» aggiunge, e quasi si sente in colpa senza sapere il perché.
«Beh, è già una buona scelta.»
Al ragazzo quell’uomo ricorda qualcuno che ha conosciuto poco. Che se n’è andato troppo presto per lasciargli i ricordi sufficienti a colmare l’assenza di tutta una vita. E così aggiunge qualcosa, una specie di spiegazione. Senza che ce ne sia bisogno.
«Vado in una scuola di wrestling. La lotta libera che c’è in tv.»
«Così vorresti diventare un lottatore professionista?»
«Sì» afferma convinto il ragazzo. «Mio padre lo era. E lo voglio diventare anch’io.»
Joe vorrebbe chiedergli come si chiamava suo padre, ma di solito non è uno che si fa gli affari degli altri. Però gli viene un’altra domanda, ed è come se la leggesse dentro gli occhi del ragazzo, o dentro una ferita fresca dentro di sé. «Quanti anni avevi quando se n’è andato?»
«Otto» fa lui senza pensarci. «Quando qualcosa ti cambia la vita, ti ricordi per sempre il momento in cui è successa quella cosa.»
Joe appoggia la forchetta sul piatto, e si toglie il ghiaccio dall’occhio. Lo guarda come un ciclope buono, anche se il ragazzo non ricorda se siano mai esistiti dei ciclopi buoni.
«Conosci la storia di Joe Grim?»
Il ragazzo fa di no con la testa.
«Era un pugile che ha combattuto oltre un secolo fa. Un italiano emigrato negli Stati Uniti. Lui perdeva quasi tutti gli incontri che combatteva, un po’ come me. Ma non è questo il punto. Il punto è che Joe Grim andava al tappeto, ma si rialzava sempre. E quando dico sempre, dico sempre.» Joe Burden prende un sorso di caffè dalla tazza, e poi continua. «I migliori pugili del tempo dicevano di lui che era un uomo di ferro, perché gli potevi tirare contro tutta la tua artiglieria pesante e non c’era verso di abbatterlo. Bob Fitzsimmons lo mise giù venti volte, ma quando suonò la campanella dell’ultima ripresa Joe Grim finì l’incontro in piedi. Mio padre mi chiamò Joe perché suo nonno si chiamava così. Non conosceva Joe Grim, né gli piacevano le storie dei perdenti. Dopotutto a nessuno piacciono le storie dei perdenti, a questo mondo. Ma trovo che ci sia un insegnamento dovunque. Anche nelle storie che non piacciono a nessuno.»
Joe Burden termina il caffè e appoggia la tazza sul bancone. Senza far rumore.
Il ragazzo ha il tempo di pensare a qualcosa. Ricorda un viso grande, una barba lunga e nera a cui si aggrappava con le mani da bambino prima di abbracciare un collo così ampio che le sue braccia non lo riuscivano a cingere tutto, e sente la risata forte di suo padre in cui la sua risata si congiungeva, come un piccolo affluente nel grande fiume. Poi guarda il borsone, che gli ricorda invece del tempo che passa. Lo solleva e ne sente tutto il peso. Il peso degli oggetti che contiene, il peso di quello che ha scelto di fare.
«Grazie, Joe.» Sente che questo è tutto quello che gli deve dire.
Joe Burden lo guarda dirigersi verso la porta e aprirla, sente la campanella che suona ancora, vede qualcosa di simile a un vento che prende forma e spinge un corpo giovane verso un giorno che dorme ancora nel grembo di quella notte bianca. Poi la porta si chiude, il ragazzo svanisce nel buio del parcheggio e la campanella cessa di suonare. Lui aspetta ancora, perché c’è qualcosa che non è ancora scomparso del tutto. Poi si gira verso il bancone, riprende lo straccio inumidito dal ghiaccio e lo rimette sull’occhio. Con l’altra mano solleva lentamente la forchetta dal piatto, la tiene sospesa davanti alla bocca. Scuote appena la testa, e riprende a mangiare.

© Ygor Varieschi, 2020
© foto di copertina di Raffaele Rutigliano

 

Ygor Varieschi

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