Intervista a Novella Limite di Viviana Gabrini

Le storie oltre il cancello

Il vialetto della vergogna esiste ancora: pochi metri fra il trafficato viale Repubblica e i cancelli che si aprono sulla severa struttura neoclassica del manicomio di Voghera.
Lo chiamavano così perché era una vergogna percorrerlo: significava avere parenti rinchiusi lì dentro.
Inaugurato il 1° dicembre 1876 e chiuso ufficialmente nel 1978 con la legge Basaglia (anche se in realtà ci vorranno ancora 20 anni per sistemare tutti i degenti, molti dei quali senza mezzi e senza famiglia), il manicomio ha ospitato più di 17000 pazienti.
Un vero e proprio esercito di uomini, donne e fanciulli le cui storie di vita, sofferenza e malattia ancora riecheggiano fra le pareti del nosocomio di Voghera e riempiono le cartelle cliniche di uno sterminato archivio cartaceo abbandonato e destinato al disfacimento.
Attualmente, una parte dell’edificio ospita alcuni uffici dell’ASL, ma la gran parte è chiusa al pubblico in quanto in grave stato di abbandono.

Da qualche anno, gruppi e associazioni culturali si muovono per chiedere che l’edificio venga salvato dal degrado e che l’archivio cartaceo venga digitalizzato e alle iniziative, non ultimo, si è aggiunto Storie oltre il cancello, un reading teatrale scritto e diretto da Novella Limite.

Nata e cresciuta in Oltrepò Pavese, bagaglio di studi classici, Novella Limite è scrittrice e regista di spettacoli teatrali e alla storia dell’ospedale vogherese ha dedicato studi e ricerche.

«L’idea del reading – spiega la regista – è nata contestualmente al progetto per un docufilm sulla storia del nosocomio. Riscontrando difficoltà nel recuperare i fondi per realizzare il lungometraggio, ma avendone già scritto la sceneggiatura, mi piangeva il cuore nel lasciare tutto quel materiale inutilizzato e ho pensato di convertirlo in un copione per un reading e di rimboccarmi le maniche per trovare collaboratori con cui portarlo in scena. Un’altra forte ragione per cui ho voluto mettere in scena il reading è che mi piace recuperare storie dimenticate e l’archivio del manicomio ne è pieno. Sono storie di follia, sì, ma soprattutto di vita. Di sofferenza, ma anche di speranza, di disperazione e di amore, storie che hanno un appeal non indifferente per una come me che ama narrare. Questo reading è da considerarsi un omaggio a tutti coloro che hanno varcato il cancello dell’Ospedale Psichiatrico di Voghera, che hanno attraversato il “sentiero della vergogna”. La malattia mentale è ancora un tabù. Molta gente considera i “matti” come persone diverse, alieni della società, ma io la penso come Ascanio Celestini, quando dice che “il malato di mente, in fondo, non è tanto diverso da noi e mentre noi per mille motivi siamo riusciti a non finire in manicomio, per mille motivi ci è finito lui. Molti hanno l’idea che il matto sia un poeta, ma non è sempre così. A volte i matti dicono cose straordinarie, altre banali, altre volte non parlano proprio come tutti noi.Ecco, con questo reading, vorrei dimostrarlo.»

  • Quindi il reading è propedeutico alla realizzazione del docufilm?Sì, ma ha anche il fine, non meno importante, di sensibilizzare l’opinione pubblica e di tener viva l’attenzione sulle sorti dell’ex Ospedale Psichiatrico di Voghera. Attualmente, gli spazi dell’ex manicomio sono chiusi e inutilizzati e l’archivio è inaccessibile, quando, invece, in altre città, le memorie manicomiali sono già state messe al sicuro attraverso un lavoro di digitalizzazione dei diari clinici. A Genova Quarto, Torino, Reggio Emilia, solo per citare alcuni esempi, i vecchi padiglioni dei manicomi vengono utilizzati come luoghi in cui portare arte, cultura e aggregazione sociale, facendo sì che quei luoghi, i quali per lungo tempo sono stati teatro di tanta sofferenza, vengano convertiti in spazi fruibili dalla cittadinanza.

  • Perché tanto interesse per il tema della follia?
    Ho iniziato ad avvicinarmi a questo tema alcuni anni fa, scrivendo una drammaturgia, dal titolo Addio mia Arte! Gino Grimaldi, i colori dell’arte nell’ombra della follia, ispirata alla vita e alle opere del pittore del manicomio di Cogoleto. Questo mi ha portato a documentarmi sulla storia dei manicomi, sulle condizioni di vita dei pazienti nei secoli scorsi, su come è evoluto il sistema manicomiale, sulle sue ombre, le sue colpe e gli agognati cambiamenti arrivati grazie a Basaglia e alla rivoluzione degli anni Settanta.
    Non voglio nascondere che il mio interesse nasce anche da ragioni più profonde che hanno a che vedere con la storia della mia famiglia, nella quale ha sempre aleggiato lo spettro della follia, dato che abbiamo avuto casi di parenti rinchiusi in manicomio. Per paura e per pudore, si è sempre cercato di dimenticarlo. Credo che avvicinarmi a questo tema sia un modo per esorcizzare qualcosa verso cui provo un sentimento ambivalente di attrazione e repulsione, di rifiuto e accettazione.

 

  • Qual è stata fino ad ora l’accoglienza da parte del pubblico?In genere il pubblico rimane piuttosto sorpreso dal reading. La gente viene ad ascoltarci aspettandosi solo delle letture, mentre noi proponiamo delle parti teatralizzate che, comprensibilmente, coinvolgono di più rispetto a quello che potrebbe fare una semplice lettura. Sul viso di alcuni spettatori leggo la commozione, sul viso di altri, a tratti, scopro un certo disagio, ma è comprensibile. Trattando il tema della pazzia, si va inevitabilmente a toccare corde le cui vibrazioni non sono sempre facili da gestire.Fra il nostro pubblico, spesso c’è gente che ha avuto a che fare direttamente o indirettamente con il manicomio, perché vi ha lavorato o perché ha avuto parenti ricoverati. Anche chi, vivendo nelle vicinanze, ha conosciuto i pazienti che vivevano nella struttura o sentiva i rumori che provenivano dalla cosiddetta “rotonda”, l’area dell’ospedale in cui venivano rinchiusi i più agitati. Credo che queste persone sentano la necessità di recuperare in qualche modo la memoria del manicomio, sebbene, in molti casi, si tratti di ricordi dolorosi. Il manicomio rappresenta un pezzo di storia della città e del loro passato.”
    Ogni volta, in scena, rivivono dunque la disperazione di Mafalda, la regina degli zingari, l’amore di Anna per la sorella Angelina, il dolore furibondo di Teresa contro la madre, il ricongiungimento di Bruno con il fratello, il delirio di Adele.

 

Gli attori: Marco Ruggeri; Pietro Colombo; Giuditta Marangoni

«Mi piace pensare – conclude la regista Limite – che ogni spettatore porti con sé il loro ricordo e ci aiuti a conservarne la memoria.»

Dopo una serie di repliche organizzate in Oltrepò Pavese, il prossimo 4 agosto lo spettacolo sbarcherà in Liguria, a Cogoleto, mentre trattative sono in corso per allestimenti a Milano, Torino, Pavia e Piacenza.

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