Intervista a Chiara Nobilia [2] di Anna Martinenghi

Quali sono gli elementi che caratterizzano il TUO linguaggio poetico?

Amo la poesia quando rompe gli argini tipici e dilaga nel quotidiano e negli ambiti più prosaici del reale: per cui, come con le tematiche, anche con il linguaggio poetico mi piace spaziare, attingendo a tutti i serbatoi della lingua. Amo le terminologie specialistiche, il parlato, ma anche le parole ricercate, nascoste. E poi, mi piace mescolare tutto.

Quali sono i tuoi riferimenti – non solo narrativi – di cosa altro si nutre la tua poesia?

Le mie poesie hanno sempre un aggancio emotivo preciso, che può generarsi e sussistere in relazione a una persona, a un fatto accaduto, a una dinamica sociale. A volte l’aggancio emotivo è, per me, di matrice lessicale: mi ritrovo ad incantarmi su una parola (i suoi rimandi, il suo suono, la sua carica semantica…), e parte tutto da lì.

Perryn Butler, Mother and child

Virando

Cerco di imparare guardando Luana,

spolverata di stelle,

che per ogni dolore

sa moltiplicare la vita.

E allora ci provo,

mi slaccio:

la speranza di perdere il punto vita

e guardarlo sformarsi, per nove mesi,

fino a esplodere,

la lascio andare;

la accendo

e la libero:

si fa lanterna,

guadagna altitudine –

io la ammiro da giù,

rinsaldata alla mia colonna vertebrale.

È questo, il momento;

è questo il dolore

da cui moltiplicare la vita –

vero, Luana?

E quindi mi procuro

un ago a cruna grossa e un filo spesso:

e di sogni, inizio a cucirne altri.

Il mio punto vita non si è mosso

di un centimetro;

ma intanto io,

incredibilmente,

sto virando.

E sento, dentro,

aprirsi le ossa,

estendersi i legamenti,

spalancarsi il bacino

e fare spazio, tutti gli organi,

compresi quelli malconci:

anche lo stomaco infiammato

e la colecisti, col suo carico di sabbia biliare,

nella loro sapienza, fanno posto.

Posto per la figlia o il figlio

che, conformemente alla legge 184 del 1983,

mi arriverà dal mondo,

e che al mondo,

gradualmente,

restituirò.

Chiara Nobilia, Inedito

Quali sono i limiti del linguaggio poetico (e se ne ha davvero, cosa non si può dire in poesia?)

I limiti del linguaggio poetico li trovo nel già detto: in ciò che ha avuto senso, anche dal punto di vista formale, in un contesto che non è più.

È possibile un linguaggio poetico moderno (come consideri i vari linguaggi poetici di oggi, come lo slam poetry, la poesia murale, la poesia su internet?). Ogni epoca può creare un linguaggio poetico fuori dai canoni?

Quanto allo slam poetry, alla poesia su internet e a quella murale posso dire che sicuramente ne apprezzo l’intenzione, e il fatto che la poesia si sperimenti in ambiti diversi, nuovi, popolari e anche pop. Soggettivamente e per mio gusto personale, da amante e fruitrice di poesia, non amo però alcune performance e competizioni urlate, perché le sento sovradosate e profondamente scoordinate rispetto al messaggio che tentano di veicolare; le trovo aggressive e violente, intrinsecamente impoetiche: un conto è la potenza, la forza di un testo; un altro è strillare.

È possibile secondo te “insegnare” poesia?

Insegnare poesia si può, nell’ambito di una relazione fiduciaria in cui il maestro promuove, nell’allievo, la ricerca della propria voce, aiutandolo a rimuovere false credenze o resistenze interiori inibenti relativamente al flusso creativo. Penso a un andare a bottega fatto di consuetudine, spazi di silenzio e condivisione, trasmissione di amore e cura artigianale per lo strumento linguistico.

Può la poesia cambiare le persone, le cose, la società?

Certo, può: piano piano, singolarmente, offrendo punti di vista alternativi, indagini emotive autentiche, una penetrazione a trivella nell’esistenza. Se non cede ad autocelebrazioni, la poesia educa alla bellezza, insegna a dire sé stessi e a leggere l’altro, favorendo lo sviluppo dell’empatia; ancora, mirabilmente, in quanto arte, informa il mondo e plasma le emozioni dentro di noi.

Julia Lamoureux, Geometrical spaghetti with bolognese

VENERDI’ ALL’UNA E MEZZA

Ho rotto con te

e poi sono tornata a casa,

e mi sono fatta gli spaghetti pomodoro e basilico.

Erano spaghettini,

e ci ho messo il basilico fresco che ho preso sul balcone.

Era più pomodoro che pasta.

Gli spaghetti non me li faccio mai:

non li so arrotolare.

Tu,

non sai arrotolare me.

E allora basta.

Chiara Nobilia da Pietre e Amarene

Chiara Nobilia è nata l’11 novembre 1977 a Roma, e ha conseguito la laurea in Lettere moderne presso l’Università La Sapienza e un master in Copywriting presso lo IED Istituto Europeo di Design. Dopo aver lavorato come content manager, si occupa attualmente di comunicazione per la Rai Radiotelevisione italiana e coltiva, parallelamente, la sua passione per la poesia.

Ha pubblicato nel 2016 la raccolta di racconti Storie sdrucciolevoli”, ed. Giovane Holden e, con la medesima casa editrice, la silloge poetica Pietre e amarene, finalista nel “Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini” 2017, vincitrice del “Contropremio Carver” 2017, 3° classificata nel “Premio Internazionale Città di Arce” 2017, 2° classificata nel “Premio Nabokov” XII edizione e 2° classificata nel Premio “I MURAZZI” VIII Edizione, sezione opera prima.

È in uscita la sua seconda raccolta di poesie, che sarà pubblicata nella collana HerKind a cura di Alessandra Bava, ed. Ensemble.

Chiara Nobilia ritratta da Federica de Persiis

@Anna Martinenghi, 2020

 

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