Intervista a Carlo Bonazza di Roberta Lepri

Carlo (Charlie) Bonazza è un ragazzo sulla sessantina, alto e dinoccolato. A un primo colpo d’occhio pare severo, poi appena ci parli la serietà si dischiude in un sorriso che pare possa comprendere ogni cosa del mondo. Carlo è un fotografo. Io lo conosco da sempre, come tutti a Grosseto. Compravo le sue cartoline quando ero una ragazzina e lui poco più grande di me ma già conosciuto in città. Per Altri Volti ci ha donato tre bellissime fotografie, tra cui quella che ho scelto per il mio racconto: è stato entusiasta riguardo al progetto e pronto a svelarmi i retroscena che stavano dietro a ogni scatto. È stato gentile e generoso, Barbara mi ha chiesto di intervistarlo per Sdiario. L’ho incontrato nel suo studio in un pomeriggio piovoso di inizio aprile.

  • Quando hai iniziato a fare fotografie e quando hai pensato di trasformare questa passione in attività lavorativa?
  • In terza liceo scientifico l’insegnante di disegno organizzò un corso di fotografia. Iniziai a frequentare l’agenzia fotografica B.F. e loro lavoravano per i quotidiani locali, sia per la cronaca nera che per il costume. Lì sono riuscito ad apprendere i primi rudimenti. Poi mi sono rotto una gamba sciando, e fu un incidente piuttosto serio, tanto che per un anno non ho potuto camminare né uscire con i miei amici. Così mi sono dedicato allo studio della fotografia. Due anni dopo – era il 1971 – mi trovavo a Monza per seguire la F1 di cui sono un grande appassionato. Ero in prima fila durante una sessione di prova e ho assistito all’incidente mortale per l’allora campione del mondo Jochen Rindt. Stavo cambiando l’obiettivo quando la sua auto è andata in pezzi. Ho rimontato al volo e scattato, scattato. Senza nemmeno sapere esattamente che cosa stessi riprendendo. Era una situazione surreale. I responsabili si limitarono a togliere i rottami, annunciando soltanto che c’era una vettura ferma. Quando tornai a casa e sviluppai il rotolino, mi accorsi che la dinamica riportata sui giornali non coincideva con i miei scatti. L’auto in pratica aveva agganciato con la ruota il guard rail ma nessuno se ne era accorto. Decisi di inviare le foto ad AUTOSPRINT che le pubblicò a tutta pagina, inviandomi un bel rimborso spese. Lo presi come una specie di segno. Mi iscrissi al foto club locale e vinsi alcuni concorsi. Cominciarono da subito a chiamarmi per immortalare avvenimenti o ricorrenze.
  • Hai continuato allo stesso tempo a studiare?
  • Sì, anche se mi era ben chiaro che volevo vivere di fotografia. Dopo il liceo ho viaggiato molto e ho anche proseguito gli studi, fino a un certo punto. Un anno di ingegneria al S.Anna a Pisa per poi passare ad architettura, dove mi attendevano ventinove esami. Al ventiduesimo ho mollato tutto.
  • In quali paesi hai viaggiato?
  • In tutta Europa, e poi in Iran – che allora si chiamava Persia – in Afganistan, Turchia, paesi Slavi. Dalla Persia spedii per corriere 36 rullini insieme a pentole e tappeti. Il viaggio era lungo e non volevo portare peso inutile. Non sono mai arrivati. Ancora mi mordo le mani.
  • E poi ti sei fermato a Grosseto …
  • Negli anni 70/80 ero il più giovane dei vecchi fotografi. Quando la fotografia è diventata fenomeno di massa ed espressione personale, io ero già formato.
  • Tra le tue fotografie, qual è quella che ti riempie il cuore di gioia ogni volta che la vedi?
  • In realtà non è una sola, ma un intero progetto. Un libro fotografico del 1989 “Viaggio in Maremma”. È il risultato di dieci anni di lavoro. Venne stampato a Firenze da un grande stampatore che lavorava anche per gli Uffizi. Costava sessantamila lire, una piccola follia per quei tempi. Esaurii la prima tiratura di quattromila copie e andai in ristampa dopo sei mesi. A Firenze la libreria Messaggerie lo mise in vetrina per Natale accanto a quello di un famosissimo fotografo statunitense. Ancora mi emoziona.
  • Parliamo adesso dei tre scatti tuoi che noi scrittori di Altri Volti abbiamo scelto per i nostri racconti.
  • La ragazza di profilo (racconto Lost and found di Antonella Zanca) era tra il pubblico durante una mostra. È uno scatto nato per caso, ma molte delle mie foto sono estemporanee, cerco più lo stupore a posteriori che non lo studio del soggetto. Aspetto per cogliere l’attimo, non lo costruisco. Io, il soggetto e l’ambiente: siamo tutti attori e interagiamo in contemporanea. La fotografia è il miracolo di questa interazione. La signora con la frutta (racconto Quanta strada di Daniela Scuderi), quando l’ho scattata ero in Armenia. Contadini di montagna che coltivavano la terra e allevavano conigli. Producevano mele. È stato dieci anni fa. All’inizio i due anziani erano diffidenti, poi mi invitarono a casa loro e non volevano più che andassi via. Quando ti accettano scatta la magia, ed è stato quello il caso. Lei era rilassata e felice di mostrarmi la meraviglia del suo raccolto, le mele che teneva tra le mani. La ragazzina nell’acqua (racconto Acqua nell’acqua di Roberta Lepri) fa parte di un reportage per la Fondazione Il Sole. Si è trattato di entrare nel mondo delle persone con diversa abilità. E diventare uno di loro.

Poi Carlo guarda l’orologio, ha promesso a sua figlia che sarà lui a cucinare, stasera. L’intervista si ferma. Andiamo via come il vento, tutti e due felici.  

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