Il vizio assurdo di Davide Lajolo

Il vizio assurdo 
di Davide Lajolo 
Ed. MINIMUM FAX 

5 novembre 2020  

“Così prendo coraggio per scrivere di Cesare Pavese. Accompagnandolo passo passo nella vita: dall’infanzia di Santo Stefano Belbo, alla giovinezza nelle scuole e nella periferia di Torino, passo passo dal confino di Brancaleone Calabro alla redazione della casa editrice Einaudi, combattente della cultura e isolato di fronte e guerra partigiana, comunista per partecipare da uomo alla vita degli uomini e deluso nella ricerca di impossibili miti. Aspro con se stesso, con amici e avversari, teso nell’esaltazione del sesso e nell’angoscia della donna nella luce delle sue colline e l’ombre cupe delle notti insonni in città, dalla Langhe a Torino, a Milano, a Roma, con i suoi libri, le sue liriche, con le sue prose, con i suoi personaggi simbolo sofferenti e spietati, fino a quando viene, con i gatti, la morte, la morte che avrà i suoi occhi.

Mi conforta nella difficile fatica il comune sentimento della terra, l’origine contadina, e la comune, lenta conquista della città. Perché la nostra amicizia, nata in città, in corso Valdocco a Torino, si è rinsaldata tra le colline, tra i libri, nel gran parlare che ne facevamo, nei grandi silenzi, quando ci immergevamo nelle vallate, e gli olmi, le vigne, i prati, i torrenti parlavano per noi due lo stesso linguaggio; amicizia fitta più intensa dei nostri caratteri opposti. L’uno sempre deciso e battagliero a vivere; l’altro sempre disperato e deciso a morire”

Avevo letto Il vizio assurdo di Davide Lajolo intorno ai diciotto/vent’anni, preso in prestito in biblioteca, subito dopo aver letto tutto Pavese e soprattutto Il mestiere di vivere che ancora oggi continuo a rileggere, qualche pagina alla volta. E questo già racconta di quanto Pavese mi sia caro e di quanta bellezza abbia trovato nella sua opera, tanto da considerarlo il più grande autore italiano del novecento, ancora oggi. Non è un caso che spesso mi capita(va) di scegliere le Langhe per qualche breve vacanza (indipendentemente dal fatto che ho lì un pezzetto di famiglia), e non è un caso che vedere la casa di Pavese e la collina dei falò mi abbia commossa ed emozionata. Così non potevo davvero perdere l’occasione di comprare questa bellissima biografia e rileggerla con calma … (mille volte ho sentito risuonarmi dentro quella frase di Lajolo nella prefazione, quel “sembrava un fucile sparato” così doloroso e rassegnato).
È davvero bello questo libro, perché scritto da un amico di Pavese, perché ha dentro tutto, l’uomo, le sue inquietudini, le delusioni, il suo essere uno scrittore di successo e un uomo perduto e solo …e poi le radici della sua poetica, le colline, le vallate, i fiumi, il canto dell’estate i miti di Leuco’ e poi anche la città, Torino, Roma, i fallimenti con le donne, il sesso, la casa editrice Einaudi e il regalo dei grandi romanzi americani nelle sue traduzioni.
La solitudine di un uomo, irrisolto, solo tra gli uomini, tutto teso a un’impossibile perfezione, persino nella politica. Ci racconta un Pavese a volte secco, brusco, tremendamente rigoroso e duro, soprattutto con se stesso, a volte ironico, ma irrimediabilmente perso.
“La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. “
C’è molto Pavese, in questa frase, solo lui poteva scrivere così, in due righe, di una vita. E Lajolo ne racconta il talento, il male di vivere, il bisogno di tenerezza, di una casa, di un posto dove tornare.
Solo chi era nato nelle stesse colline e che gli voleva davvero bene avrebbe potuto prendersi cura della memoria con tanta delicatezza e pudore. Soltanto un amico vero avrebbe potuto raccontarci verità così intime.
E adesso la smetto, anche se non vorrei.

© Eva Fullin, 2021

 

Eva Fullin

 

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