Il thè del giovedì pomeriggio di Viviana Gabrini

Ferma sulla soglia della porta a vetri che dal salone portava al terrazzo, Onelia controllava che sul tavolino non mancasse nulla: la tovaglia di lino bianca con piccole farfalle ricamate a mano, il servizio da thè in porcellana inglese, l’alzatina con i biscotti alle mandorle, il vaso di cristallo con le rose Gioia, colte in giardino due ore prima.
Da tantissimi anni, il giovedì pomeriggio era dedicato al rito del thè con le sorelle, un appuntamento a cui non avrebbe rinunciato per niente al mondo.
Onelia aveva appena finito di raddrizzare una forchettina d’argento, quando le vide avanzare dal viale contornato da azalee.
Sorrise e sollevò una mano in segno di saluto.
Le sue sorelle, le sue amatissime sorelle.
Ormai alla soglia degli ottant’anni, Onelia non smetteva di emozionarsi ogni volta che le incontrava.
Era sempre stata così fiera e orgogliosa di loro.
La prima ad arrivare sul terrazzo fu Felicita, la primogenita. Era la più alta, la più elegante e la più decisa. Austera e autorevole, aveva quindici anni più di Onelia, che per lei aveva sempre nutrito un sentimento misto fra la devozione e il timore reverenziale.
Sposata e madre di due figli, Felicita si era laureata in farmaceutica e, insieme al marito, aveva rilevato la farmacia dei genitori, lasciandola a sua volta in eredità ai figli una volta giunta al pensionamento.
«Quest’anno le tue Gioia sono stupefacenti» le disse Felicita osservando le rose gialle.
Onelia sorrise, orgogliosa dell’attenzione della sorella maggiore.
«Buongiorno Onelia cara!» fu il saluto con cui si presentò Clotilde, seguita da Adelaide, che portava un vassoio ricoperto di carta bianca e lucida: «Ho fatto la torta di mele», annunciò la terzogenita.
Le sorelle presero posto, il medesimo da diversi anni, e le loro voci iniziarono a produrre quel continuo e delizioso chiacchiericcio che alle orecchie di Onelia era pura musica.
Mentre le ascoltava, le osservava con attenzione e sempre era come se le vedesse per la prima volta.
Clotilde parlava agitando un piccolo ventaglio di seta, ricordo della loro madre. Più bassa di statura rispetto a Felicita, aveva un corpo morbido e armonioso e mani perfette che il passare degli anni non aveva offeso. Pianista di talento, Clotilde aveva suonato nei principali teatri italiani, per poi diventare un’insegnante privata stimata e richiestissima.
Fra Clotilde e Adelaide c’erano cinque anni di differenza e benché si somigliassero molto (stessa altezza, simili fattezze, stessi occhi grigi), non potevano essere più diverse di carattere. Tanto Clotilde era estroversa ed effervescente, tanto Adelaide era riservata e modesta.
Insegnante di greco e latino nel più prestigioso liceo classico della provincia, Adelaide aveva finito la sua carriera scolastica come preside nello stesso istituto dove aveva insegnato per tanti anni e dove, in suo onore, era stata istituita una borsa di studio per studenti meritevoli.
Entrambe vedove, non avevano avuto figli.
Onelia invece non si era mai sposata.
I suoi primi quindici anni erano stati caratterizzati da salute cagionevole e i genitori, che ne avevano subito intuito il carattere sensibile e nervoso, avevano preferito farle impartire un insegnamento privato fra le mura domestiche invece di mandarla a scuola, pubblica o privata che fosse.
La materia in cui eccelleva era il disegno: per tre anni si era esercitata con uno dei migliori insegnanti dell’Accademia di Belle Arti del capoluogo. Era un uomo anziano, ormai in pensione, paziente, ma con una spiccata tendenza ad appisolarsi durante le lunghe sessioni di carboncino e di acquerello.
Onelia aveva passato tutta la vita insieme ai genitori e se ne era presa cura quando si erano ammalati.
Dopo la loro morte, le sorelle avevano deciso all’unanimità che la casa di famiglia spettasse a lei.

Onelia si riscosse dai ricordi e sorrise, il cuore gonfio di tenerezza e gratitudine.
Servì il thè e tagliò la torta di mele a fette, mentre la conversazione seguiva il solito corso: i ricordi legati a mamma e papà, gli aggiornamenti sui nipoti, le notizie sull’andamento della farmacia.
Mentre una volta l’elenco dei nomi di chi si era sposato o aveva avuto figli era lungo e dettagliato, ora si era fatto inconsistente a favore di quello di chi non c’era più.
«Sono gli anni che passano» commentava ogni volta Felicita con un sospiro.
E tutte annuivano.
Evitavano di parlare di politica e attualità: le brutture del mondo le avrebbero rese tristi e nervose.
Le ombre del giardino iniziavano ad allungarsi. Clotilde infilò i guanti di pizzo, Adelaide mise uno scialle leggero a proteggere le spalle.
Era quasi il momento di tornare ognuna a casa propria.
Onelia riportò alla memoria un buffo episodio di mezzo secolo prima e le quattro sorelle esplosero in una allegra risata.

Nello stesso momento, lungo la strada su cui si affacciava la villetta liberty, un uomo, che viveva poco innanzi, passò in sella alla sua bicicletta.
L’uomo allungò lo sguardo verso il terrazzo e scosse la testa: la vista di quella vecchia, che ogni giovedì pomeriggio preparava il thé parlando e ridendo da sola, lo turbava e lo innervosiva allo stesso tempo. Pensando che invecchiare fosse una cosa davvero brutta, aumentò il ritmo della pedalata.
Invece, se per una volta si fosse preso la briga di avvicinarsi e di guardare Onelia negli occhi, avrebbe visto tutte le sorelle, coi loro abiti demodé, le spille in filigrana, gli scialli di cotone a proteggere le spalle curve.
Le avrebbe viste tutte quante, cristallizzate nei ricordi, in fondo alle iridi scure di Onelia, e avrebbe sorriso con lei.

©Viviana Gabrini, 2020

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