Il silenzio è rotto di Barbara Garlaschelli

La bambina girò piano la testa. Il suo sguardo vagò lungo il marciapiede intasato dalle macerie, scivolò su una scarpa, si soffermò sull’ombra proiettata da un’insegna mezzo staccata, ritornò sull’uomo. E si fermò.
Il cuore le sembrava un giocattolo caricato a molla che saltellava impazzito.
Aveva freddo. Freddo nonostante il sole nel cielo limpido.
Non avrebbe dovuto essere lì, mamma glielo aveva detto. Ma era così stanca di restare chiusa in quello stanzone con tutta quella gente che parlava, piangeva, litigava. Tutta quella gente aveva un cattivo odore e con suo fratello che non perdeva occasione per perseguitarla. Solo perché era più grande e più forte.
Aveva guardato attraverso una delle finestre rotte dello stanzone e aveva visto il sole. Il cielo non le era mai sembrato così azzurro.
Nessuno l’aveva vista allontanarsi, era o no piccola piccola?
Ma adesso aveva paura.
I fantasmi, i mostri, gli uomini neri, le streghe erano buffonate, erano niente. Erano qualcosa che potevi chiudere nell’armadio o dentro la testa. Erano qualcosa che potevi contenere. Ma quell’uomo lì, quello che la stava fissando ora con occhi di lupo affamato, quello come facevi a chiuderlo nell’armadio?
Avrebbe desiderato chiudercisi lei in un armadio. Potendo si sarebbe chiusa anche dentro la testa, in compagnia di tutti i mostri e i fantasmi dell’universo. Era piccola piccola, un angolo dove nascondersi lo avrebbe trovato. Era piccole ossa e poca carne, sua madre l’aveva sempre chiamata briciola, non sarebbe stato difficile scovare un angolino tutto per sé.
Potendo muoversi.
Ma se una non poteva muoversi, per quanto piccola fosse?

L’uomo scrutava la bambina. Ne aveva una della stessa età, più o meno. La sua non era bionda e forse non così magra, con quelle ginocchia spigolose che spuntavano dalla gonna rossa, però anche sua figlia aveva quel modo particolare di guardarsi intorno. Sempre circospetta.
Mia figlia mia figlia.
Non c’era più.
Spazzata via come carta straccia.
L’uomo spostò il pesò da una gamba all’altra. I muscoli delle spalle si erano contratti. Sentiva il sole battere sul collo e il sudore scorrergli lungo le tempie.I suoi occhi si spostarono in modo impercettibile e si posarono su una catasta di mobili. Dal mucchio spuntava un pezzo di divano ricoperto da una stoffa a fiori gialli. Troppi particolari gli ricordavano un’altra casa, un’altra città, un altro cielo. Distolse lo sguardo dalla catasta e ritornò a fissare la bambina.

C’era odore di bruciato e di plastica fusa e qualcos’altro, qualcosa che s’insinuava nei buchi del naso e scendeva nello stomaco e poi lo stringeva. Un odore cattivo, che faceva paura.
La bambina mosse un piede, appena appena, giusto per sentire il cemento grattare sotto la suola bucata. Le piacevano le sue scarpe e le dispiaceva che fossero un po’ rotte. Di tanto in tanto i sassolini le pungevano la pianta dei piedi e doveva fermarsi per pulirsela. Adesso, però, non sentiva nessun dolore. Sentiva solo quel terribile puzzo. E sentiva la paura.
Il silenzio nella strada le faceva uno strano effetto: era peggio che il caos nello stanzone. Non c’erano voci note a cui aggrapparsi, non c’erano le mani di suo fratello a tormentarla.
C’era solo quell’uomo e il suo silenzio.

Non poteva restarsene allo scoperto ancora per molto. In realtà non avrebbe dovuto proprio essere lì, ma non ne poteva più di rimanere appollaiato su un tetto, gomito a gomito con quel tipo che continuava a fumare e a sputare a terra. Non si erano scambiati una parola in cinque ore. Non avevano niente da dirsi. Le parole non sarebbero servite ad alleggerire l’atmosfera, né a rendere più sopportabile il caldo.
Si era alzato d’improvviso. Il suo compagno aveva fatto un salto e gli si era attaccato alla manica del giaccone trascinandolo di nuovo giù.
«Sei pazzo? Vuoi farci ammazzare?» gli aveva ringhiato addosso. Il suo fiato sapeva di fumo.
Lui si era liberato dalla stretta, si era rimesso in piedi ed era sceso in strada.
Lì, aveva trovato la bambina, immobile sull’altro lato del marciapiede, che lo fissava.

L’odore non era la cosa peggiore. Nemmeno l’uomo lo era. La cosa peggiore era il silenzio. Il suo respiro le arrivava all’orecchio come quello di cento persone ed era certa che l’uomo al di là del marciapiede potesse sentire il battito del suo cuore. Il freddo non passava. Strinse le labbra e le mandibole le fecero male per lo sforzo di impedire ai denti di battere.
La mamma avrebbe potuto scaldarla. Persino suo fratello avrebbe potuto farlo. Ma non c’erano né l’una né l’altro. Non c’era proprio nessuno.
A parte l’uomo fermo dall’altra parte del marciapiede.

Lo avevano addestrato per combattere. Gli avevano detto che la sua terra doveva essere difesa, perché cos’è un uomo senza la propria terra? Niente. Cos’è un uomo senza un posto dove costruire la propria casa, far crescere la famiglia, dove lavorare, riconoscersi, prosperare? Niente. E se qualcuno vuole portare via la tua terra, tu cosa fai?
Strinse la mano e sentì il palmo umido. La terra. La terra aveva accolto sua figlia. Che valeva combattere ora? Combattere per poter seppellire i propri morti?
Aveva colto lo sguardo della bambina correre sul mucchio di macerie poco distante da lei. L’aveva vista sussultare e irrigidirsi.
Si passò la mano umida contro i pantaloni, lungo la coscia.
Il fucile gli pesava nell’altra mano.

Mamma le aveva raccontato che esistono degli omini piccoli piccoli che vivono sotto terra e che colorano i fiori e che aiutano i bambini quando hanno paura. Le sarebbe piaciuto vederne uno in quel momento. Suo fratello le aveva detto che erano tutte balle.
Fece saettare gli occhi a destra e a sinistra. Non c’erano fiori in quella strada. Solo alcuni alberi neri e senza rami, accartocciati su se stessi. Ed erba. Erba gialla e nera, sporca, rada. Un gran brutto spettacolo.
Voleva andarsene.
Guardò l’uomo e lo vide posare il fucile su una spalla.

Il colpo partì dall’alto. Il proiettile tagliò l’aria con la precisione di un bisturi e si conficcò nella testa della bambina che venne scagliata contro il muro sbrecciato alle sue spalle. Le gambe saltarono per alcuni istanti come fossero percorse da una scarica elettrica, poi si immobilizzarono. Le labbra si schiusero e rilasciarono un’ultima boccata d’aria. Le mani si aprirono, palmi alle nuvole.
L’uomo restò fermo dall’altra parte della strada. Abbassò il fucile e ringraziò dio perché qualcuno aveva sparato prima di lui.

©Barbara Garlaschelli, 2004

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