Il mestiere del fuoco

«Quando sotto la pioggia cerchi un riparo invece di ballare, allora ti accorgi che il tempo ti ha cambiato. Da asciutti ci si conserva meglio, ma non è così che si vive. Non è così che si vive.»
Kat guarda davanti a sé, tiene gli occhi socchiusi perché c’è un po’ di vento. Ha i capelli raccolti, le braccia conserte. C’è una ruga agli angoli degli occhi che disegna una delle tante vie tortuose che ha percorso. 
Fiona la osserva, e prova a immaginare com’era quella strada.
«Hai fatto ancora quel sogno?»
«Lo faccio sempre, quando riesco a dormire. E a volte me lo vedo davanti agli occhi anche se sono sveglia.»
«Che ti ha detto lo psicanalista?»
«Non ci vado più. E non ci va più nemmeno Jack. Proviamo a restare come siamo. Sbagliati e incurabili. Ma ancora svegli.»
«Tranne quando sogni.»
«Comincia sempre allo stesso modo. Come in un film che avrò visto centinaia di volte.»
«Non me ne hai mai voluto parlare.»
«Non lo so nemmeno io cosa c’è da dire. Ho passato una vita a inseguire le parole, e avevo una rete troppo piccola per afferrare quelle che mi servivano. E così le ho lasciate andare. In silenzio si sta bene. Quasi come all’asciutto, quando piove.»
Kat guarda il cielo, come per assicurarsi che non le cadrà nulla addosso. Sente l’attesa dell’amica, e sente che ogni tanto deve aprire un po’ quella porta dove ha rinchiuso tante cose. E così la apre, non troppo ma la apre.
«C’è un uomo, in quel sogno. Comincia sempre con un uomo che appare da lontano, e cammina verso di me. A volte nevica, altre volte tutto è imbiancato ma ha smesso di nevicare. Lui è troppo lontano e non capisco chi sia. Potrei riconoscerlo dall’andatura, però è come se ogni volta camminasse in un modo diverso. Potrebbe essere mio padre, potrebbe essere Jack, potrebbe essere chiunque. Viene verso di me, e io sono dentro una macchina con il motore spento. Sto piangendo. Forse è per questo che non riesco a capire chi sia, perché la vista è offuscata dalle lacrime. Piango e non so perché. Forse ho fatto qualcosa che non dovevo fare, forse non l’ho fatto e me ne sto pentendo. Forse qualcun altro mi ha fatto qualcosa che non doveva fare.
A un certo punto scendo dall’auto, e fuori fa freddo. Io, quel freddo, lo sento proprio sulla pelle, e non cerco mai una giacca o un giubbotto. Mi limito a mettere le mani in tasca, e trovo un accendino. Poi guardo accanto allo sportello chiuso e vedo che c’è una tanica aperta. Rossa. Dovrebbe essere un segno di pericolo, ma a me piace il pericolo, almeno nei sogni. Mi piace tutto quello che ho paura di cercare. Così prendo la tanica, e comincio a versare la benzina sul sedile anteriore, su quello del passeggero, ne verso sul cruscotto e anche sui posti dietro. Quasi non me ne accorgo, ogni volta svuoto la tanica per intero. Non ne sento il peso, nemmeno quando è piena. Quante cose sono leggere nei sogni. Anche il fuoco non scotta. E io prendo l’accendino, perché tutta quella benzina ha bisogno di bruciare. Quella macchina deve bruciare. So solo questo: tutto deve bruciare e andare in cenere. Allora prendo una lettera, una lettera che ho in tasca e non so cosa contiene, ma so che l’ho scritta io quando avevo ancora delle parole da dire. L’accendo, e la butto sul sedile dov’ero seduta a piangere. Il fuoco cresce, le fiamme si innalzano in lingue affamate, e io resto a guardarle mentre divorano i tessuti, attaccano il volante e il cruscotto, divampano e distruggono quello che non deve più esistere. Tu dirai, è una macchina. Ma non è solo una macchina.
Perché è proprio in una macchina che sono stata violentata. Il fuoco me lo fa ricordare e in quel momento sento un dolore invincibile che ritorna, che non potrà mai essere vinto. Non si può distruggere un dolore del genere. Del resto neanche il fuoco cancella del tutto quello che brucia. Resta sempre qualcosa. Il problema è capire cosa farsene della cenere.
Poi c’è quell’uomo. Cammina sempre verso di me, non cambia passo nemmeno quando brucia la macchina. Non è la sua, forse. Oppure lo è, e anche lui la vuol vedere bruciare. A volte penso che quell’uomo sia Jack. Lui non corre mai, lui non c’era quando la mia vita è stata spezzata. Lui c’è stato dopo, però non è mai arrivato in tempo. Vorrei che fosse lui, e non so perché. Quando smetto di piangere, c’è ormai il fuoco che sale alto e mi impedisce di vederlo. Ma poi, mi chiedo, perché sapere. Solo una volta, qualche tempo fa, quel sogno è durato più a lungo. Di solito finisce appena volto le spalle alle fiamme e sto per andarmene via. Quella volta invece sono rimasta davanti alle fiamme che divampavano all’interno dell’abitacolo, e guizzavano crepitanti fuori dai finestrini aperti, nell’aria fredda. Allora lui mi raggiunse, fermandosi accanto a me. Eppure non mi sono voltata per vedere chi fosse. Siamo rimasti lì a guardare il fuoco che faceva il mestiere che gli riesce meglio. Poi lui ha parlato, ma la sua voce e quello che ha detto se li sono portati via una fiamma gelosa. Meglio così, ho pensato. Perché intestardirsi a voler sapere?»
Fiona non ha smesso di osservarla. Vorrebbe stringerla a sé in un abbraccio che non ha fine, ma Kat è una costruzione pericolante. Ha un equilibrio che solo lei sa come mantenere. E così si trattiene. E lascia andare solo una domanda.
«Dopo cosa è successo?»
«Mi sono svegliata. Fuori dalla finestra la pioggia cadeva forte sui vetri e sul balcone. Tuonava, da qualche parte che non potevo vedere. Io ero all’asciutto. Ero al riparo. E con me c’era solo il silenzio.»

© Ygor Varieschi, 2021
© foto di copertina di István Asztalos da Pixabay

 

Ygor Varieschi

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