Il giorno in più di Anna Martinenghi e Ygor Varieschi

Sono nato il 30 febbraio del 1979. Nevicava da alcune ore e al momento della mia nascita pare che i fiocchi di neve siano rimasti sospesi in aria per qualche istante, come trattenuti da un respiro. Poi devo aver pianto, e la neve è tornata a scendere. Ne accadono di cose strane, nei giorni che non esistono.

In questa vita ho alcuni privilegi: la possibilità di ricordare quelle precedenti – il che fa di me un uomo molto vecchio – e il giorno in più. Ho diritto a un giorno in più all’anno, che posso usare una sola volta: anticipandolo o facendolo seguire a quello presente.

All’inizio, quando mi sono reso conto che il mio tempo scorreva in modo diverso, mi sono preso delle soddisfazioni: sapete, come stare in un negozio di dolci e assaggiare tutto quello che ci piace. La prima volta sono tornato indietro quando uscì il sei mega milionario al Superenalotto: conoscevo i numeri. Quel giorno ci furono due biglietti vincenti nella stessa ricevitoria. I giornali ancora ne parlano*.

L’anno dopo, misi un giorno fra il dieci e l’undici settembre. Quando vidi le torri in fiamme sapevo che lei era là dentro e che non l’avrei più rivista. Sono andato a riprendermela e nel giorno in più le ho detto quello che provavo per lei. Ora è mia moglie e la madre dei nostri figli: Linda e Lorenzo.

Non voglio altro per me. Se non ricordassi le vite che ho vissuto forse sarei più ingordo in questa, ma ho imparato cosa conta davvero. Per questo voglio condividere il mio giorno in più con chi ha bisogno di più tempo: per un viaggio, per vincere una paura o sventare un futuro rimorso, per realizzare un sogno, ma anche solo per un abbraccio.

Ora il mio dono è un dono vero, uno scherzo che gioco alla teoria della relatività per fare qualcosa di serio. Tendo una mano nel vuoto e afferro quella di qualcuno che cade. Ecco, se dovessi spiegarlo, lo definirei così.

Ho aggiunto ventiquattro ore alla vita di Stefano Novaresi, per permettere a sua figlia di tornare a salutarlo. È poca cosa, lo so. Ma in un’altra vita ero Enrica Novaresi e non mi sono mai perdonata di non essere arrivata in tempo.

Scegliere quale giorno, e per chi usarlo, è la cosa più difficile. Non che il resto venga da sé, perché cambiare i destini non è come agitare una bacchetta magica: occorre saper avvicinare, convincere, insistere, combattere, persino fallire.

Stamattina una ragazza è morta nella mia città, uccisa con dodici coltellate dall’uomo che diceva di amarla. Oggi compiva vent’anni. Si chiamava Romina Iannicelli. Internet è pieno di sue immagini: lei bella, giovane, sorridente. Di lui una brutta fototessera, forse quella della patente. È successo tutto a pochi isolati da qui: se chiudo gli occhi posso ricostruire il tragitto che faceva tornando a casa, una strada che conosco benissimo anch’io.

È morta prima di provare a realizzare almeno qualcuno di quei sogni – superbi o strampalati – che affollano la testa di una ragazza della sua età. Questo pensiero mi ha fatto decidere subito.

Ecco perché è di nuovo l’alba e le sue foto sono sparite dalla rete; se ci torneranno o meno, dipende soltanto da me. I poliziotti mi hanno dato del matto quando ho chiamato alle sei, dicendo che fra le sette e le otto un uomo aggredirà una ragazza in Via Buonarroti, al numero 15. Così sono venuto io. Ho camminato nel buio: la mattina è ghiacciata e il cielo promette neve, in una sospensione gelida. Ho suonato a tutti i citofoni, finché un’anima sfuggita dal sonno ha fatto scattare il portoncino d’ingresso.

Sono davanti alla porta di Romina. Li sento litigare: lui grida, lei piange e mugola, forse lui le tiene una mano davanti alla bocca, o peggio attorno al collo. Ho preso la porta a calci e pugni.

Romina è riuscita a sfuggirgli, ha aperto di colpo la porta: è ferita, ma si regge sulle gambe. Mi guarda con occhi increduli, con uno sguardo pieno di buio e terrore. Le grido di scappare. Ce la fa. L’uomo della fototessera mi è addosso, ha un coltello con il manico di plastica verde. Mentre la lama mi attraversa penso che è uguale a uno di quelli che tengo sullo scaffale più alto della cucina, dove Linda e Lorenzo non possono arrivare. Che strani pensieri si fanno prima di morire.

Non sento dolore, solo uno stordimento dolciastro in mezzo a tutto questo rosso. Gli occhi sono pesanti. L’ultima cosa che distinguo è il cielo fuori dalla finestra. Nevica ora, ma pare che i fiocchi restino sospesi in aria, come trattenuti da un respiro.

Morire è così banale. Mi è già successo altre volte, ma è qualcosa che non s’impara mai, soprattutto quando si è felici. Potrei essere a casa con la mia famiglia, e invece muoio appena prima di compiere 41 anni: il 29 febbraio, nel mio giorno in più.

Romina, corri. Ti ho dato un po’ di tempo. E il tempo è la sola cosa che abbiamo.


*il 22/04/2000 a
Bitonto in provincia di Bari uscirono due 6 al superenalotto, con due schede diverse, che fruttarono 21 miliardi e 806 milioni di lire a ciascun fortunato.

©Anna Martinenghi e Ygor Varieschi, 2020
©Foto di copertina di Sandra Giammarruto

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