Il giorno del fuoco

Il giorno del fuoco
di Anna Martinenghi

Non tornavo in questo cortile da quarant’anni, eppure, con poche varianti è lo stesso posto dove sono cresciuta. Più piccolo però. Sono rimasti il tiglio e la magnolia, non c’è più il salice che ho amato e hanno sostituito il porfido con gli autobloccanti.

Da bambini spazi e tempo sembrano sconfinati. Ora che sono cresciuta, non molto a dire il vero, il cortile si è ristretto e il mio tempo è sempre troppo poco. Questione di prospettiva, credo. I testimoni di quel giorno però sono rimasti qui. Li sento ancora sussurrare quanto siamo stati stupidi.

Era mezzogiorno, ne sono sicura, perché mentre la benzina prendeva fuoco e le fiamme mi attaccavano la spalla il campanile suonava da lontano. Ho contato i rintocchi fino a dodici. Non volevo sentire mio fratello urlare.

Certi odori mi riportano sempre qui: la puzza di benzina, che mi dà il voltastomaco, così come il Foille, la crema per le scottature. Poi c’è il profumo delle giacche di lana, ma quella è un’altra storia.  Solo mia.

«La differenza fra scottarsi e bruciarsi è che ci si scotta con una fonte umida, acqua o vapore, mentre il fuoco la pelle se la mangia» aveva detto il dottore del pronto soccorso. Mio fratello a cui il fuoco aveva mangiato il braccio invocò senza mezzi termini la divinità abbinandola in malo modo al mondo animale.

L’idea geniale era stata sua: dare fuoco alle formiche sul salice con la benzina del tagliaerba. Lui reggeva la tanica, io l’accendino. La tanica era piena, la benzina troppa. Sul primo tocco del campanile eravamo già in fiamme. Al dodicesimo mi ritrovai avvolta nella lana spessa di una giacca di tweed che profumava di muschio e tabacco. Mentre mio fratello veniva spento con un plaid, io ricevevo il primo abbraccio adulto della mia vita.

Se sulla spalla ho solo una mezzaluna di pelle increspata e non cicatrici più profonde, lo devo al professor Paris, il maestro di musica che abitava nella casa di fronte alla nostra. Usciva pochissimo: dicevano avesse ammazzato la moglie spingendola giù dalle scale. La gente lo temeva e abbassava gli occhi quando lui passava, ma a me stava simpatico. Suonava la tromba e passava gran parte delle sue giornate emettendo barriti e pernacchie.

Da giovane era stato un musicista classico, a cui sconsiderate cure ai denti avevano rovinato la carriera. Con una forza di volontà e una tigna senza pari aveva cercato di ritornare ai livelli di un tempo, con scarsi risultati. Quel giorno il cortile aveva rischiato di ritrovarsi due bambini carbonizzati e un musicista in meno. Poche ore prima il professor Paris era si era comperato una robusta corda di nylon, ora poggiata sullo sgabello del pianoforte. La scarsa manualità e la poca conoscenza della nobile arte dei nodi, avevano compromesso le sue intenzioni melodrammatiche.

«Farò jazz» si era detto dopo qualche tentativo andato a male, fissando i capi della fune che non era diventata la sua ultima cravatta, come se la soluzione fosse sempre stata lì, a portata di mano. Poi erano arrivate le grida mie e di mio fratello. Fuori dalla finestra noi stavamo bruciando. Il salvataggio fu la prima improvvisazione della sua nuova carriera e la prima cotta della mia vita.

Sarebbe troppo facile incolpare lui se poi mi sono innamorata per il resto della vita di uomini più grandi di me, specie se profumando di muschio e tabacco. In realtà la stretta inaspettata di quella giacca aveva scatenato in me nostalgia di abbracci persi da quando mio padre era morto.

Quella stessa mancanza aveva spinto mio fratello a dar fuoco alle formiche in giardino, sapeva che mamma era troppo impegnata a piangere per badare a noi. Eravamo due bambini spaventati, pieni di rabbia e di dolore stupito: perché sì, i genitori possono morire da un momento all’altro, ed è una cosa che fa schifo quando hai dieci anni.

Il cortile è pieno: ora che spazio e tempo si sono ristretti servono meno persone per riempirlo. I silenzi dei funerali sono colmi d’imbarazzo, gente che ci schiarisce la voce, il crepitare dei passi sul ghiaietto, le lacrime delle prime file, le chiacchiere distratte di chi è più lontano, soprattutto dal dolore. Intravedo la chioma inconfondibile di mio fratello, uscire in lacrime sulla porta.

Non voglio piangere. Il professor Paris ha avuto una vita lunga, due a pensarci bene. La seconda se non più felice, di sicuro più famosa.  Poteva finire tutto quel giorno e invece no. Me l’ha detto lui, anni dopo, abbracciandomi ancora – un colpo al cuore per me – dopo un concerto memorabile. Lo hanno soprannominato Paris Jazz, il timbro rauco e misterioso della sua tromba è diventato uno standard per molti, la sua musica la compagnia per tanti.

Non ha ucciso sua moglie. Questo non me l’ha detto lui, l’ho capito da me, ascoltando le lacrime della sua musica, la rabbia sorda e sincopata, i sospiri di una mancanza che so riconoscere, perché è la stessa che mi porto addosso come la mezzaluna bruciacchiata sulla spalla. Brucia oggi, brucia ancora là dove il fuoco ha mangiato.

Non ha ucciso sua moglie: è sempre rimasto a vivere qui, anche se ha girato il mondo, facendo diventare il suo dolore forza, i suoi denti troppo dritti il supporto per una musica nuova. Sta a noi la scelta: essere ricordati perché siamo caduti, nel peggiore dei modi o perché in qualche maniera abbiamo provato a rialzarci. Lui si è alzato dalla quella sedia e il fuoco che ha spento su me e mio fratello lo ha riacceso dentro di lui.

Non voglio piangere, ma succede lo stesso. Le lacrime scendono, bastarde, mentre la folla arretra perché il corteo funebre sta uscendo di casa. Ma non è come mi aspetto. Il crepitio del ghiaietto, lo schiarirsi di gole, i miei ricordi, il silenzio imbarazzato, tutto va in pezzi, spernacchiato dal barrito di un trombone. Prima del feretro esce un’orchestrina: trombone, tromba, Sousaphone, rullante. Un contrabbasso anche. I passi sulla ghiaia ora tengono il tempo, le lacrime di acqua e sale mi scendono dritte in bocca, sul sorriso. La musica ci abbraccia forte e sale in cielo.

C’è chi non sa morire neanche da morto.

© Anna Martinenghi, 2020

 


 

Anna Martinenghi

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