Icaro di Ludovica Candiani

Era il tuo quarantaquattresimo compleanno, ieri sera. Una trentina di persone a festeggiarti. Una cena in piedi. Un amico nostalgico a occuparsi della musica. Non ha permesso a nessuno di intromettersi tra lui e la scelta dei brani riprodotti. Era il solo a capirne qualcosa. Lo ha detto lui stesso, dopo avermi offerto un tiro dalla canna che stava fumando. Abbiamo passato insieme gran parte della serata, seduti per terra a gambe incrociate uno di fronte all’altro. Un posacenere, un bicchiere di vino mezzo pieno e qualche bottiglia a separarci. Stupito, lui, dalla tua scelta di aver invitato uno della mia età, stupito, io, dal desiderio di un perfetto sconosciuto di trascorrere il suo tempo con me. Ha parlato senza sosta. Mi ha raccontato di aver appena lasciato New York, dove ha vissuto per quindici anni. È rientrato da due sole settimane e già sente che Milano gli sta stretta, dice che qui non cambia mai niente e che tutti voi nemmeno sembrate rendervene conto. Ha detto che dimostrate il doppio degli anni che avete e che provare a parlarvi è solo una gran perdita di tempo. Ironico e un po’ arrabbiato ha aggiunto che siete diventati identici ai vostri genitori, senza nemmeno rendervene conto. A suo parere, avete permesso a tutti i cliché, che rifuggivate inorriditi, di appiccicarvisi addosso, come tatuaggi. Ha riso, facendovi il verso, e ha concluso che siete così imbastiti e rigidi, che stenta a riconoscervi. È fermamente convinto che ab- biate immolato i vostri sogni sull’altare borghese della tranquillità e dell’apparenza. Ha sparato a zero, su tutti voi, colpendovi, uno per uno. Il suo indice puntato, un nome, e il racconto di un sogno fallito. Arrivato il tuo turno si è limitato a indicarti e a pronunciare il tuo nome. Ha socchiuso gli occhi nel guardarti, ha scosso la testa e ha tirato una lunga boccata di fumo. Nessun giudizio per te, nemmeno una parola, solo il tuo nome che galleggiava in una densa nuvola opaca. Non so se l’abbia fatto perché era il tuo compleanno: il suo silenzio, una sorta di regalo. Non lo so, ma quando ti ha guardata sembrava triste. Si è alzato, stirandosi come un gatto, mi ha dato una pacca sulla spalla, mi ha regalato il fumo avanzato e le cartine che aveva in tasca, poi, mentre si incamminava per raggiungerti, si è voltato indietro suggerendomi di andarmene da Milano, il prima possibile. Eri seduta sul divano, ridevi con un’amica quando lui ti ha abbracciata chinandosi in avanti, le tue ginocchia tra le sue, piegate, la sua testa di lato, appoggiata alla tua spalla. Un lungo abbraccio il vostro: un saluto privo di formalità, il solo spontaneo, l’unico a parlarmi di affetto tra tutti quelli cui ho assistito ieri sera. Ha salutato solo te, poi se n’è andato, le mani in tasca e lo sguardo accigliato.
Mi sono alzato anche io, mi girava la testa, e non avevo intenzione di farmi incastrare di nuovo in una conversazione a senso unico. Così, ho preso due bottiglie di birra, ho sorriso a disagio incontrando gli sguardi di altri invitati e sono uscito sul terrazzo. Per essere metà aprile, faceva freddo, nessuno stupore nel trovarmi solo là fuori. Seduto per terra, la schiena appoggiata a un grande vaso ho bevuto e fumato ripensando alle parole del tuo amico, giudice implacabile dei vostri sogni falliti. Un giudice solo, con la vista acuta e le mani in tasca. I brividi a spingermi a rientrare. Le gambe malferme, la testa ovattata e le vostre chiacchiere: vicine, lontanissime. Avrei voluto andarmene. Sono piombato su un divano, invece. Uno scrittoio alla mia destra, una fotografia ad attirare la mia attenzione, a pretenderla. Una, insieme a tante altre, incorniciate, appoggiate con ordine caotico, sul ripiano di quel mobile. Ci sei tu in quell’immagine. Tu, alla mia età. Ho subito pensato che all’epoca di quello scatto io nemmeno esistevo, mentre tu avevi già tutto davanti: scegliere, sbagliare, verificare, scegliere ancora, dubitare, verificare, di nuovo. E costruire. Tutto. Davanti.
Ho allungato un braccio, volevo afferrare quella fotografia, tenerla tra le mani, guardarla meglio. Sei al mare, il vento è forte, a denunciarlo le onde, i tuoi capelli scarmigliati e gli occhi socchiusi. Il tuo sorriso parla di gioia, il tuo sguardo, invece, diritto nell’obbiettivo, sembra una dichiarazione di guerra. O forse è una sfida. “Sei certo di vedermi?” questo dicono i tuoi occhi, o almeno è così che mi hanno parlato ieri sera, e il tuo sorriso ha smesso di essere messaggero di gioia diventando un artiglio, uno scherno. “Non sono qui!” lo stai urlando, con rabbia, dalle fessure dei tuoi occhi. Certa che nessuno ti ascolti. Urlo muto che frastorna, il tuo.
Ho pensato che se fossi stato io dietro alla macchina fotografica l’avrei gettata a terra, sarei corso da te e ti avrei abbracciata. “Sono qui, con te. Ti vedo. Non è molto, lo so, ma è quello che posso”. Forse non sarebbero nemmeno servite le parole, forse avresti compreso tutto nel semplice gesto dell’abbraccio che accoglie. Non lo so, non so nemmeno chi abbia scattato quella fotografia. Chi era? Avrei voluto alzarmi da quel divano, raggiungerti e chiederti chi era il cieco, il sordo, l’incapace, il vero assente in quell’immagine che parla di guerra.
Avrei voluto chiederti perché quella fotografia era lì, perché hai scelto di incorniciarla, e poi di posarla accanto ad altre, così rassicuranti. Volevi creare disarmonia e insinuare dubbi?
Sì, credo tu volessi questo: un fastidioso rumore di immagini contrastanti, un cortocircuito estetico, una contraddizione formale, tutto creato dai tuoi gesti silenziosi per obbligare chi fosse passato davanti a quello scrittoio a scegliere da che parte stare. “Rassicurazione o inquietudine? a voi la scelta”. Questa la domanda silenziosa e partigiana che hai voluto imporre. Sappi che io, la mia scelta l’ho già fatta. Senza se. Senza ma. Voglio che tu lo sappia. Voglio che tu sappia che ti credo.
Avrei voluto raggiungere quello scrittoio, richiamare l’attenzione di tutti e scaraventare a terra tutte le fotografie. Volevo farlo perché tu potessi capire che io ti avevo vista, che qualcuno era dalla tua parte. Poi ho pensato di essere solo un ragazzino arrogante, che crede di vedere quello che non è, immagina ciò che non è stato e costringe l’attimo intrappolato in un’istantanea a occupare un tempo infinito.
Un tempo tutto mio, un sentimento tutto mio che volevo importi di indossare. Forse è così: è tutto nella mia testa, solo nella mia testa. La rabbia. L’odio. L’urlo muto. L’artiglio.
Ho chiuso gli occhi, la testa dolente, ingombra e confusa. Mi sono addormentato.
Hai atteso che tutti gli altri invitati se ne fossero andati per risvegliarmi. Hai preso le mie mani tra le tue, esortandomi con un sorriso ad alzarmi in piedi. Hai abbracciato dolcemente i miei sedici anni e hai iniziato a parlarmi d’amore. Lo hai fatto senza pronunciare una sola parola, le nostre lingue intrecciate creavano un nuovo linguaggio. Silenzioso. Intimo. Assordante. Universale.

Tenevo gli occhi chiusi, e tu? Tu mi hai guardato? Hai sorriso mettendo a fuoco la mia inesperienza. Oppure anche tu hai scelto di rinunciare alla vista? Ne dubito. Solo tu puoi aver condotto quella danza perfetta che in pochi passi ci ha voluti sdraiati sul tuo letto. Nessun rimpianto. Il mio desiderio era il tuo. Io non avrei mai trovato il coraggio per aprire le danze, tutto qua: una mera questione di coraggio o viltà. Niente di più.
Mi hai sorriso a lungo distesa al mio fianco. Anche i tuoi occhi, due quarti di luna rovesciati, puntati nei miei, socchiusi e diritti, sorridevano. Mi hai accarezzato i capelli. Le tue dita a tracciare solchi paralleli, nel disordine dei miei ricci. La tua mano dava forma al mio volto, definendone spigoli e curve. Senza fretta. Le tue dita tratteggia- vano il mio ritratto. Avevo chiuso di nuovo gli occhi per riuscire a intuire il tuo disegno tattile, invisibile. Solchi paralleli e spigoli e curve. Hai poi scolpito il mio torace e il mio ventre, con gli occhi e con la bocca, con le labbra e con la lingua. Delicati scalpelli i tuoi, a liberare il mio corpo in uno spazio protetto a determinarne forme e proporzioni tutte nuove, in una geografia stabilita da te e dalle tue mani, che continuavano, instancabili, a tracciare linee solo in apparenza insensate. Avevo provato a parlare, confuso, stordito e eccitato. Avevi allora appoggiato l’indice della tua mano sulla mia bocca. Una strana croce. Nessun divieto, un suggerimento piuttosto, che mi invitava a non cercare parole comuni, povere e insufficienti. Avevo baciato il tuo dito e ti avevo sorriso. Volevi insegnarmi un nuovo linguaggio e un nuovo modo di ascoltare. Tutti i sensi coinvolti, aperti, disponibili. In comunicazione tra loro. I miei. I tuoi. Condivisi e separati. Insieme, nel presente immobile di un tempo possibile. Lo spazio: un labirinto tessuto da te, per noi, a proteggerci, a escluderci, per volontà, dal resto del mondo. Mi sono perso subito nel dedalo delle tue linee, prima di ritrovarti nuda, accanto a me. Con naturalezza hai spogliato anche me. Giocavi con l’urgenza del desiderio comune, giocavi con la serietà di chi conosce le regole e le rispetta. Giocavi per non trascurare alcun particolare del piacere: per primo l’attesa, che diventa promessa, che diventa un rimandare continuo l’ineluttabile fine. Una fine che ci vorrà ancora separati, soli, nel nostro corpo, nei suoi limiti, definiti. Di nuovo e ancora. Soli. Di nuovo. Ancora.

I tuoi gesti attenti parlavano di viaggi. Viaggi che nell’arrivo hanno il loro compimento, non lo scopo. Questo mi spiegavi ieri notte, senza dire una parola, cercandole tutte. Nell’intricato susseguirsi di corridoi ho seguito il tuo richiamo, lui a orientarmi. Un passo dopo l’altro ho iniziato a correre, luci e ombre, angoli e incroci, cortili e stanze vuote, tutte uguali, tutte diverse. Ogni stanza una porta, e un incontro tra noi. Scivolavo, dentro te: uniti, interi, noi. Due corpi, un solo sentire, pulsante. Ogni movimento agìto, era accolto e condiviso. Forza dolce la nostra, di mare agitato, di onde piene, di spruzzi salmastri, che scorticano la pelle, accarezzandola con mani ruvide di marinaio ostinato, che bruciano la carne ferita da cime indurite dal sole e dal sale. Energia liquida e compatta che esplode sulle rocce, un boato, un fremito, una crepa. Acqua e terra. Tu, solco, grotta, letto di fiume, fondo del mare. Io, a nutrire la tua fertilità, a riempire e svuotare i tuoi meandri, avanti e indietro, a scorrere in te che mi contenevi, a liberarti, invaderti e proteggerti. Le tue gambe a circondarmi i fianchi: «Vieni dentro di me». Lo hai ripetuto, desiderato, richiesto, quasi preteso, ogni volta, ieri notte, con ferma dolcezza. E poi, eccolo il piacere, il tuo dono privato, per me soltanto. Ti sei morsa il labbro inferiore e hai inarcato la schiena, un caldo velo di sudore a unire i nostri corpi in un unico ventre. Ti ho chiesto di guardarmi, cercavo un nuovo equilibrio, possibile solo nel tuo sguardo. Hai aperto gli occhi, e chiedendomi di baciarti hai sbriciolato l’ultimo frammento della mia resistenza. Scosse nel mio corpo, le tue gambe tremanti a serrarmi con più forza, per poi lasciarmi, di nuovo libero, di nuovo solo, nell’imperfetta separatezza dei nostri corpi, umani. La mia testa appoggiata al tuo seno, il mio orecchio a respirare il battito del tuo cuore, un contatto stanco e insufficiente, impreciso, tiepido e malinconico. Le tue dita mi hanno abbassato le palpebre, perché così che volevi abbracciarmi: cieco e fiducioso. Mi baciavi i capelli, mentre le tue mani mi ustionavano la schiena, tra le scapole. Un calore improvviso e pungente, ogni tocco del tuo palmo, delicato dolore, che ferisce, che cura. Calore di cera sciolta, liquida e bollente. Incastravi penne di uccello nella cera ancora morbida, lo facevi sulla mia schiena, tra le mie spalle, bruciando la pelle del mio corpo. Un paio d’ali, questo volevi per me, hai terminato il tuo lavoro mentre dormivo, cieco e fiducioso. Abbandonato, tra le tue braccia.

Questa mattina, quando ho aperto gli occhi, tu non eri al mio fianco.
Mi sono alzato di scatto dal letto per venirti a cercare. Ho inciampato nei miei vestiti sparsi sul pavimento. Le finestre del terrazzo spalancate. La luce violenta di un nuovo giorno, già iniziato da ore. I resti dei festeggiamenti di ieri a occupare, fuori tempo, il soggiorno e la cucina. Nessuna traccia di te. Ho provato a chiamarti al telefono. Nessuna risposta. Ho bevuto un bicchiere d’acqua e mi sono acceso una sigaretta. Sono bastate due sole boccate di fumo perché la testa mi esplodesse e la nausea mi contra- esse il diaframma, perché il cuore accelerasse il suo battere e la realtà assumesse contorni sfocati. A malapena ho raggiunto il tuo letto, prima che la mia mente cedesse al panico: violento, circolare, invadente, concentrico. Lui a serrarmi la gola. Lui a impormi le domande, lui a stabilirne il ritmo, incalzante, pressante, urgente.
Sei mai stata al mio fianco questa notte?
C’eri anche tu, o il ricordo delle ore appena trascorse è solo nella mia testa? Tu, unico testimone della mia memoria confusa, non sei qui, ora, a confermare, a smentire. Ho provato a cercare gli odori dei nostri corpi tra le pieghe delle lenzuola. Credo di averli ritrovati. Ma non ne sono certo. La mente fa brutti scherzi, a volte si inventa i ricordi. Ti è mai accaduto? Nessuno a confermare la veridicità di un’immagine aggrappata al tuo corpo, nessuno a condividerne il peso, che da piuma si fa piombo, la memoria barcolla sotto la spinta di leciti dubbi. L’immagine molla la presa e ti scivola addosso come un’ombra. Inutile cercare di riafferrarla, la luce di un mezzogiorno qualunque l’ha già cancellata, inghiottita, spazzata via.
È vero, lo ammetto, qualche volta ho immaginato tutto quello che è accaduto. Io a interpretare la mia parte e la tua. È successo anche a te? Anche tu ti sei concessa di immaginarci insieme? Così vicini da non concedere più spazio all’immaginazione. Così reali da pretendere un tempo possibile. Confusi una nell’altro, credibili e veri. L’hai fatto?
Non sei la prima donna con cui ho fatto l’amore, lo sapevi? Non so se sia importante dirtelo, non lo so, ma voglio che tu lo sappia. Non è orgoglio, il mio. Forse è solo un goffo tentativo di alleggerire la tua posizione. La mia.

Ho tormentato la mia memoria per ore, prima di capire che non è importante ciò che è accaduto questa notte, quello che conta, invece, è la mia attuale impossibilità di concepirmi altrove che in te.
Credi sia possibile? No, non lo credi, lo so.
La tua posizione è comprensibile, ma non rende meno reale, presente e assoluto il mio desiderio. Il mio unico bisogno. Lui a sgominare il panico, lui a permettermi di abbandonare il tuo letto, a concedermi la calma e la lucidità necessarie per riuscire a scriverti queste righe. Lui a regalarmi una certezza tutta nuova: io starò con te, per sempre.

Un giovane Icaro con le ali già sciolte, così ti sei illusa di avermi lasciato.
Sono ali robuste, invece, sei stata tu stessa a costruirle: avresti dovuto saperlo. Spiccherò un unico volo, uno soltanto: sole o asfalto. Sarò del cielo, oppure piomberò nel vuoto, deriso da leggi fisiche più forti dell’ambizione di ogni sentire, più potenti del bisogno di un giovane essere umano, così presuntuoso da aver anche solo sperato che bastasse il tuo desiderio, mamma, per concedergli di volare.

© Ludovica Candiani

 
Il romanzo autobiografico di Ludovica Candiani
 
© Ludovica Candiani in una foto di Paolo Carlini

Milano, 1970. Dopo gli studi classici al Liceo Parini e quelli in Economia Politica, entra nel mondo della comunicazione visiva. Lavora in proprio come direttore artistico a Milano, dove vive con il suo cane.

Nel 2015 esce Nonostante, il suo romanzo autobiografico (Gaffi editore), selezionato per il Premio Bagutta Opera Prima.

 

 

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