I passi di mia madre

I passi di mia madre
di Elena Mearini
MORELLINI EDITORE

Mi mancava mia madre, quella sera. Non tanto il suo corpo, con la faccia, le braccia, le gambe e tutto il resto. Era come se fosse la sua parte interna, il suo grembo, a mancarmi. 

Recuperai una vecchia scatola di scarpe che conteneva fogli volanti, appunti scritti da me e da mio padre nell’anno successivo alla sua scomparsa. Erano i luoghi degli avvistamenti, una serie di località in cui il visionario di turno sosteneva di averla incontrata. Segnalazioni arrivate dopo che papà partecipò a una trasmissione televisiva dedicata alla ricerca di chi sale a bordo del nulla con un biglietto di sola andata. 

Mi misi a rileggere gli appunti, a uno a uno, e trascrissi le segnalazioni in un unico documento che salvai e risalvai negli anni, a ogni cambio di computer. 

L’ho vista, e non era vero. Era lei, ed era un miraggio. Somiglia a, e invece. Da un catalogo di sviste, denunce, delazioni fantasiose sono nate le tante versioni di mia madre. Immaginavo quale donna sarebbe potuta diventare, la piazzavo nel mezzo di sceneggiature che proiettavo poi sulla parete della stanza. Scene di lei in ruoli diversi. Mi scorreva davanti in abito scollato, tacchi alti e diamante al dito, compagna di un magnate del petrolio, a bordo di un panfilo che buttava in mare oro anziché nafta, poi diventava donna senza casa, lavoro e neppure memoria, un ritaglio di giornale che passava di stazione in stazione e dormiva tra scatole di cartone. La vedevo con una canotta attillata e i seni rifatti, il silicone al posto del latte che un tempo avevo succhiato, impegnata a soddisfare le voglie di vite malate e uomini persi. La vedevo senza vederla, la inventavo senza credere. Avevo bisogno di allontanare l’indifferenza che mi stava nascendo dentro, usare la fantasia per il disgelo di una rabbia, di una pena, di un’invidia nei suoi confronti. Qualunque sentimento sarebbe andato bene, non m’importava ricostruire le condizioni di un amore, mi bastava pensare una madre che fosse cisterna di raccolta per lo scarico delle emozioni. La tenevo viva nell’ipotesi, per sentirmi almeno figlia di un’idea. 

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© Elena Mearini, 2021

 


Elena Mearini

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