I leoni vengono dalla luna di Raffaele Rutigliano

Quando aveva sei anni, Albert, voleva vedere video ambientati nel Colosseo con i leoni e i romani vestiti all’occorrenza: spade, mazze ferrate, corazze o pelle nuda. Ma voleva vedere scene vere, riprese dal vivo e sul serio.
«Non è un video vero, questo, è un film!» Diceva, quando infilavo nel videoregistratore il VHS di un bel film con i leoni.
«Io voglio vedere quelli veri, come quelli sui canali veri, quelli girati con l’iPhone».
Pensavo potesse restarci male alla notizia che i romani non avessero nulla per stare lì a riprendere da vicino i leoni veri mentre sbranavano i martiri.
Al contrario, lo entusiasmò l’idea del mutamento, del fatto che potessero accadere cose un tempo non ritenute possibili. Tipo: l’esistenza di un iPhone. O semplicemente la meraviglia nell’immaginarsi proiettato in un futuro ancora inimmaginabile, ovvero su uno schermo impossibile.
In quella occasione, per alleviare il piccolo Albert dalla delusione di non poter vedere un video vero con gladiatori veri e non certo in tenuta antisommossa, gli dissi che esisteva la possibilità che Osservatori sparsi per l’universo, figli di civiltà avanzatissime, puntassero grandi telescopi verso la Terra e verso altri pianeti e mari spaziali, e di come questi telescopi registrassero tutto ciò che accadeva.
«Speriamo che fra noi e loro non ci sia il Sole». Mi disse guardandomi con occhi tristi.
Ci volle poco, poi, che giunse da me divertito:
«In realtà se viaggio più veloce della velocità della luce e raggiungo i Signori dello spazio, posso guardare dentro i loro telescopi e vedere i video veri, che arrivano in luce e ossa».
Non gli dissi mai del contrario, che quegli osservatori non sarebbero mai arrivati a noi con i loro telescopi, tanto meno Albert li avrebbe mai raggiunti, e quei video veri, come li chiamava lui, non sarebbero mai esistiti. I leoni si erano estinti.


© Illustrazione e testo di Raffaele Rutigliano

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