I “clandestini” della porta accanto di Ismete Selmanaj Leba

Quando io e mio marito arrivammo in Sicilia ero al quarto mese di gravidanza. Era il 1992, avevamo fatto tanti progetti per il futuro nel nostro Paese ma la situazione in Albania dopo il crollo della dittatura era diventata caotica e pericolosa. Resistemmo e non partimmo con la prima ondata massiccia di albanesi nel luglio 1990, quando la gente disperata sfondò il muro dell’Ambasciata Italiana a Tirana: fu come se gli albanesi avessero trovato il loro Muro di Berlino da abbattere. Non partimmo neanche con la seconda e la terza ondata verso l’Italia nel ’91, sperando che la situazione migliorasse. Non fu così.

Nella piccola cittadina siciliana dove avevamo affittato una casa c’erano una decina dei nostri connazionali arrivati circa due anni prima. Tutti erano in possesso del permesso di soggiorno, mentre io e mio marito no. Eravamo arrivati in Italia con un visto per affari della durata di due settimane ma il nostro obiettivo era rimanere fino a quando la situazione in Albania non fosse migliorata. Dopo la scadenza del visto diventammo clandestini, trasparenti; per lo Stato non esistevamo più. Non sapevamo a chi rivolgerci per ricevere aiuto durante la gravidanza.
La cittadina era bella e la gente gentile. Nessuno sapeva che fossimo irregolari. Una nostra vicina, Maria, un giorno mi chiese se io e il bambino stessimo bene e quando avevo fatto l’ultimo controllo medico.
«L’unica visita è stata prima di partire dall’Albania», le dissi.
«Non puoi stare così a lungo senza un controllo medico», rispose lei «devi andare al più presto da un dottore, se vuoi ti accompagno io».
Non sapevo cosa risponderle. Non volevo rivelarle che senza il permesso di soggiorno non potevo avere un medico di famiglia o andare in ospedale. Maria si rese conto della mia esitazione ma non so se veramente capì quale fosse il nostro vero problema.
«Ti porterò dal dottor Francesco, nel suo studio. È un ottimo ginecologo, lavora in ospedale e ha anche uno studio privato», mi disse.
Le parole “studio privato” mi fecero indietreggiare.
«Io… io non posso», risposi incerta.
Maria non mollò: «Non pensare a niente. Vedrai, il dottor Francesco ha un grande cuore».
Così conoscemmo il medico e la sua famiglia. Sua moglie era una donna dolcissima e gentile. Avevano due bambini di otto e dieci anni. Ci aprirono sia la porta di casa che quella del loro cuore. Lui seguì tutta la gravidanza senza che dovessimo pagare nulla. Lo mettemmo a conoscenza della nostra situazione dopo la scadenza del visto. Parlammo diverse volte di come potevamo fare per il mio ricovero in ospedale nel giorno del parto. Dai tg avevamo appreso di una direttiva ministeriale per cui i medici potevano denunciare i pazienti clandestini. Tutti i medici intervistati erano contro questa disposizione.
«Io non denuncio nessun paziente neanche sotto tortura», affermò il dottor Francesco. «Il mio dovere è quello di curare e salvare le vite umane senza distinzione alcuna! Non sono né un poliziotto né un carabiniere! Spetta a loro il compito di fermare i clandestini.»
Il giorno del parto il dottor Francesco mi accompagnò in ospedale con la sua auto. Compilò tutta la documentazione necessaria e mi aiutò a far nascere mio figlio. Dopo qualche mese ci trasferimmo in un’altra città. Rimanemmo in contatto per alcuni anni ma la distanza fece sì che ci perdessimo di vista. Fino a un anno fa.

Stavamo facendo una passeggiata con mio marito sul lungomare, quando lo vedemmo arrivare di fronte a noi. Camminava a passo lento e guardava verso il mare. Io non lo riconobbi subito ma mio marito sì.
«Guarda, c’è dottor Francesco», mi disse.
Quando gli fummo vicini, mio marito lo salutò:
«Buongiorno, dottore!»
Lui si fermò, strinse la mano a mio marito e poi la mia.
«Scusatemi ma non mi ricordo di voi… la memoria mi sta facendo dei brutti scherzi», affermò dispiaciuto.
«Ci siamo incontrati 25 anni fa» continuò mio marito, «eravamo appena arrivati dall’Albania e mia moglie era incinta. Lei l’ha aiutata fino al giorno del parto e non ha mai pensato di denunciarci come clandestini.»
«Ho avuto molte pazienti durante la mia carriera; anche tantissime donne straniere. Non ricordo il suo caso, ma non ho fatto nulla di eccezionale; ho fatto solo il mio lavoro.»
Che uomo umile e saggio! Quello che ha fatto e che continua a fare è normale per lui. Invece adesso non è così “normale”. La “normalità” di oggi è diversa dalla sua.
«Quel bambino che lei aiutò a far nascere è studente di medicina a Bologna e fra poco sarà suo collega», gli dissi. «Non so che piega avrebbe preso la nostra vita e il futuro di mio figlio se non avessimo avuto il suo aiuto proprio quando ne avevamo tanto bisogno.»
Il suo viso si illuminò quando seppe che un bambino che aveva fatto venire al mondo sarebbe stato un suo futuro collega.
Quel giorno ci salutammo con un senso indescrivibile di gratitudine. Non cambiava nulla il fatto che non si ricordasse di noi. Siamo noi che ricordiamo ogni giorno lui e il grande uomo che è.

Perché ho deciso di scrivere adesso questa parte importante della mia vita e soprattutto perché renderla pubblica? C’è una ragione. Ho saputo che, qualche mese prima che incontrassimo il dottor Francesco, un medico di Trento si rifiutò di curare un paziente perché con il permesso di soggiorno scaduto. E non solo: lo denunciò ai carabinieri. Ma essere un medico non vuol dire solo essere laureato alla Facoltà di Medicina. Essere medico vuol dire soprattutto mettersi a disposizione dell’umanità e salvare le vite di tutti, senza distinzione di colore, religione o provenienza. Proprio come ha fatto Francesco.
Ancora oggi, dopo quasi 27 anni, mi tuonano nelle orecchie le sue parole: Io non denuncio nessun paziente neanche sotto tortura.

P.s. Mentre scrivevo questo racconto ho saputo che la dolcissima consorte del dottor Francesco se ne era andata per sempre. Ho inviato il racconto al figlio che si è commosso. Ho pianto per la sua prematura scomparsa come avrei fatto per un mio familiare.

©Ismete Selmanaj Leba, 2020
©Foto di copertina di Ismete Selmanaj Leba

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