Fiele e miele [1] di Roberta Lepri

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Il vento misto a sabbia e acqua di mare le sferza la pelle. Seminuda, chissà da quanto è abbracciata al tronco ruvido della palma. Nell’urto contro la pianta ha perso tutto, anche la borsa che si era messa a tracolla prima di scappare. E con quella il passaporto, il cellulare e qualsiasi contatto con il mondo. La corteccia le avrà di sicuro ferito la pelle ma lei non ha il coraggio di guardare in basso, verso le gambe. Ha paura di vedere quello che gli scogli possono aver fatto sul suo corpo. Ci sarà sangue, ci saranno scorticature. Nelle ferite, sabbia e fango infetti. Ma in fondo cosa importa. Non ha nemmeno la forza di essere preoccupata, le sembrerebbe soltanto una perdita di tempo. Dovrà ancora aspettare a lungo,  e cerca di non pensarci.

Di questa vacanza non aveva voglia. A che serviva andare in ferie nelle sue condizioni? Per farsi passare la tristezza, certo, ma sarebbe comunque costato un sacco di soldi e di energie. Invece lei non voleva più fare fatica, sognava solo quiete e riposo. Una sospensione dal continuo rovello della mente che non sopportava più. Era stufa di pensare alla propria vita e alle cose andate storte. Però c’era cascata lo stesso. Riposare al sole, riposare al mare, poteva essere meglio che farlo sul letto, a occhi spalancati, con la sensazione di avere la bocca di un cane idrofobo attaccata allo stomaco. Si era lasciata convincere, tentata dalla pubblicità nella vetrina dell’agenzia di viaggi.

“Bianca, quella ti somiglia” le aveva detto Ilaria mentre mangiavano il sandwich delle 14, su e giù per il marciapiedi davanti all’ufficio di Superambiente Agenzia Smaltimento Rifiuti. Lei, segretaria in pausa pranzo, si era vista dentro la foto, in bikini, teletrasportata sulla sabbia bianca. E così era partita.

Le braccia ora sono indolenzite. Forse il vento è un poco diminuito. Rivede al rallentatore l’immagine di qualche ora prima, una colonna d’acqua azzurra ma che, in alto, era invece colorata di blu scuro. Un accostamento cromatico sensazionale, aveva pensato per un attimo. Avrebbe dovuto prestare più attenzione. Fare una foto da postare su Instagram. Forse ci si potevano vedere dentro i pesci e le conchiglie, come attraverso un vetro.

Il mare di colpo si era ritirato, lasciando metri e metri di sabbia bagnata. Sembrava che l’acqua volesse inchinarsi. E c’era stato un brusio di fondo, che da meravigliato era diventato impaurito e poi terrorizzato. La gente. I bravi bagnanti si erano chiesti il perché di quella straordinaria marea. Avevano sollevato gli occhi dal giornale inglese rimediato all’aeroporto il giorno dell’arrivo, ed erano pure un po’ seccati. Poi avevano iniziato a correre.

Ora le torna in mente lo sguardo bovino del vicino di asciugamano. Si erano guardati per un momento, alzando poi gli occhi insieme, su, verso l’alto, sulla cima di tutta quell’acqua che si era ritirata per poi ergersi, come un serpente. Uno di quei cobra partoriti dalla mente di qualche scrittore, in un tempo lontano. Così aveva letto nelle guide: adesso sulle coste dell’India i velenosi assassini erano stati cacciati, sterminati, ributtati nelle foreste. Via, lontani dai turisti portatori di dollari.

Ma lì davanti a loro c’era invece proprio il re dei serpenti, ed era venuto per vendetta ad ammazzarli tutti.

Subito una lingua di acqua scura aveva preso a solleticarle i piedi, cercando di convincerla.

Vieni via con me vieni via con me vieni via con me come sognavi da bambina con l’extraterrestre di Finardi. Ti ci porto io in un posto bellissimo senza schiaffi senza offese senza tristezza.

Ma la voce dell’acqua era triste come quella di chi mente sapendo di mentire. E Bianca non aveva dimenticato quello stesso suono sulla bocca di chi aveva detto di amarla e dicendolo sapeva che si trattava di una menzogna. Perciò aveva detto di no. Sei come lui. E io non ci vengo con te.

Allora il mare scuro si era fatto insistente, proprio come faceva quell’uomo, trascinandola contro i piccoli coralli, che l’avevano presa a morsi e graffiata.

Qualcosa in te non funziona, se dici di volerti abbandonare e non ti abbandoni. Se dici di desiderare il riposo e non mi segui nella nostra casa della tranquillità.

Di nuovo Bianca aveva capito l’inganno. Le veniva promessa la pace con la violenza, come in passato, ed era sempre lei a non essere adeguata. Allora era scappata. Lui però l’aveva raggiunta con un balzo.

Sei una cretina.

Glielo diceva con voce dolcissima. Ma chi era a parlare? Mentre correva lui l’aveva presa. Le aveva assestato una botta enorme, come un pugno. Poi una serie di schiaffi, contro oggetti molto diversi tra loro. Una barca, il muro dell’hotel, una mucca rovesciata.

Schiaffo dopo schiaffo, Bianca si era rilassata.

La morte non potrà essere peggiore di tutto questo, aveva pensato. E poi, in fondo, conosceva il metodo.

Poi, di colpo, lui non l’aveva più voluta. Si era divertito a sufficienza. Ma anche questo era nel programma: davvero molto scontato.

Ancora viva. Viva un po’ sì e un po’ no, ma con un residuo di forza e un grammo di coscienza. Abbracciata a una palma.

Sorella palma, pensa.

Sorella palma che sei nei cieli con i piedi piantati in terra, chissà quante ne avrai viste, di storie come questa.

Con gli occhi pesti, i capelli strappati, la pelle ridotta a una piaga per gli urti, conta i corpi intorno a sé. Ci mette anche il proprio.

Ventisei in tutto.

Dopo due anni, prova di colpo una disgustosa sensazione di felicità.

© Roberta Lepri, 2018

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