Est di Raffaele Rutigliano

Sono affascinato e fasciato dalla mia bellezza. Scendo nella bocca di un vulcano ormai lago, da solo. Voci di creature umane o di altra natura, che non conosco, mi accompagnano. Sono i personaggi del mio tratteggio – un tragitto discontinuo –, naufragano nell’ombra della mia testa, chiedendo soccorso per il passaggio. Un passaggio a un mondo, non questo, irriconoscibile: dalla testa alle mani.

Le voci sono sempre presenti, dentro e fuori. Chi vuol venire e chi vuol andare.

Hanno detto che i pesci hanno la spocchia. Essendo nato in febbraio, dovrei averla anche io ma la fingo anche non subendola.

Strano, vero?

Ho da smaltire solo un nevrotico senso misto a invidia e orgoglio che mi assedia. Allora mi rintano come disperato sotto le lenzuola e, tra i cieli, i mari e le terre, trovo dimora ed ecco il sogno.

Se il male da sopra la testa lo portiamo sotto i piedi, avremo alleggerito la vista che guarda a est verso il viale alberato del tramonto. Anche qui l’orto diverrà infetto, non potrà crescervi che materia viscida e inconsistente. Un composto ambiguo, dall’apparente bruttura, ma dalla coscienza pulita, perché inconsapevole dell’essere nato suo malgrado.

Avrà la felicità di vedere anche lui la puzza del mondo, di guardarla e guarirla a modo suo.

I bambini si comportano allo stesso modo: messi al mondo, mostriamo loro la conoscenza e li abbandoniamo a sé. Continueranno a essere ciò che sono per natura. Se vivranno di vita immortale o abbandonati tra le onde sotto gli sguardi di una legge contro natura.

Lei, cosa avrebbe fatto?

Sarebbe rimasto anonimo per ore e ore con il volto lavato, non avrebbe potuto dir nulla per mascherare la Sua commozione nel ricordo dell’origine, la propria.

Anche Lei nato dal fango, anche Lei, che desiderava un piacere infinito nel sorriso garbato di una madre.

La madre che L’ha sepolto vivo nella durezza che esclude il dolore da ogni frammento di vita, anche fosse sugna per ungere il cuoio, per renderlo malleabile e impermeabile alle gioie o paure postume.

Ciò L’ha reso simile a un dio, perché non è più degno colui che ha potuto bere accostando le labbra alla coppa di Mastusio. Il Re bevve per trattenere la certezza, non l’incuranza dell’atto. Lei è il Re dell’Arte. È un respiro che io e solo io posso contenere. Come ora, steso al sole a contaminarmi l’esistenza. Perché mai avrei corrotto la sorte avvelenando un amore imperfetto. Berrò sì dalla fonte, scavando tra le radici del Suo albero.

Lei non è triste né marmoreo, è divinamente contestabile.

©Raffaele Rutigliano, 2020

©Foto di Leonardo Cassi, 2020

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[Canon EF 70-300 | F / 8.0 | 1/20 | ISO 400]
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La saggezza è inversamente proporzionale al volume delle nostre opinioni.

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