Educazione siberiana di Roberta Lepri

Il ventisei marzo lei gli aveva chiesto amicizia su Facebook e lui l’aveva accettata. Subito dopo, lo aveva agganciato scrivendogli su Messenger, complimentandosi per gli articoli che lui pubblicava sul più importante quotidiano della loro città. Sembrava conoscerli a memoria. Astuta, aveva pensato Dante, che era un single di lungo corso, consumato e cinico.

Lei si chiamava Eva, un nome perfetto per concedersi un piccolo peccato, fu la sua riflessione. Davanti ai suoi occhi, come su uno schermo, passò poi una lunga pellicola di scene ovvie, che comprendevano cene, tanto sesso, regali di un qualche peso, forse anche soldi. E comunque il tentativo di farlo innamorare. Poi, naturalmente, lui che decretava la fine del gioco. Nessun happy end, come sempre. 

Dalla foto del profilo, che la ritraeva in estate, inguainata in un bellissimo abito color crema, sembrava una bella ragazza creola dal sorriso aperto e per niente volgare. Un corpo mozzafiato, anche se non era più una ragazzina. Aveva passato i quaranta, gli aveva confidato in chat, accompagnando la confessione con un’emoticon piangente. Continuarono a scriversi quasi ogni giorno, lei con qualche errore di ortografia, lui con il freno a mano tirato. A maggio, complice la primavera che tutto rimescolava, Dante decise di incontrarla. Il giovedì presero un caffè in un bar periferico, la domenica lei lo invitò a pranzo a casa sua. 

Abitava in un vecchio palazzo diviso in mini appartamenti, affittati per lo più a lavoratori stagionali ed extra comunitari. Conosceva il proprietario, un vecchio usuraio che non alzava mai gli occhi da terra. Entrando, lei gli dette la mano, compita, e sorrise. Poi, guardandolo negli occhi, smentì la supposizione di lui che aveva immaginato fosse di origine cubana o comunque sudamericana. Chissà perché lui non glielo aveva chiesto quando si scrivevano, forse lo aveva dato per scontato. Grave, per un giornalista. L’accento del suo italiano, dolce e un po’trascinato, avrebbe comunque potuto deporre a favore di quell’errore.  Invece, Eva gli disse di essere rumena. 

Prima gli preparò un’omelette perfetta, che mangiarono alla svelta, poi bevvero un ottima bottiglia di Rosso di Montalcino. Traccheggiarono un po’ parlando del più e del meno, infine lei ruppe gli indugi e lo abbracciò, trascinandolo in camera da letto, dove con la bocca lo esplorò in modo appassionato. Cinque minuti di estasi e poi lui non ce la fece a fare altro ma a lei sembrò non importare. Tra loro c’erano alcuni anni di differenza, e la donna saltò a piè pari l’argomento, con grande tatto. Dopo, rimasero a parlare per due ore, mentre Eva lavava e asciugava i piatti. Uscì stordito, con il ricordo di una casa piena di bellissimi vestiti ammucchiati su una poltrona, un’enorme quantità di stoviglie nello scolapiatti e una vista stupenda sul centro storico della città. Gli rimase addosso per due giorni l’odore di Acqua di Parma.

Si videro ogni volta che il vecchio padre di lei non era in casa. Il fratello, che viveva a Roma, aveva accettato di farsene carico quattro o cinque volte al mese. Seppe così che Eva proveniva da un paesino dei Carpazi; che all’età di sei anni era stata guardiana di porci con sua madre; che si era ammalata di tbc ed era stata curata in modo impeccabile dal regime di Ceausescu, e nei polmoni non le era rimasta nemmeno una cicatrice; che era venuta in Italia e aveva fatto la sguattera, la cameriera, la dama di compagnia a una nobildonna siciliana; che a seguito del licenziamento da parte dei figli gelosi di lei era caduta in una profonda depressione, per poi uscirne grazie alla fede incrollabile nella Madonna. Dante si commosse al racconto di come lei a dieci anni avesse fatto ubriacare il poliziotto messo a guardia di grandi campi di fragole, ovviamente di proprietà del governo, per poterne rubare un po’ da portare ai fratelli. Immaginò il freddo dell’inverno rumeno, le scuole squallide. Nella sua mente prese forma il titolo del romanzo di Lilin. Una crescita che non aveva avuto nulla, oltre al minimo per sopravvivere. Educazione siberiana, anche se lei con la Siberia non c’entrava niente.

Aveva rancore per quell’infanzia rubata? Non aveva rancore, perché da povera era stata felice. 

Provava rabbia? Non provava rabbia. 

Temeva la miseria? Non temeva la miseria, e poi in Italia c’erano solo ricchi, ci stava benissimo. 

Seppe che Eva faceva tre lavori diversi, mattina pomeriggio e notte, quasi ogni giorno, naturalmente al nero, e che anche l’affitto lo pagava in nero; che guadagnava più di lui come giornalista, e che spendeva quasi tutto in cibo e abiti firmati. Mangiava gamberi imperiali, caviale e tartufi. Vestiva Gucci e comprava borse di Vuitton, direttamente in boutique a Roma, dove era stata introdotta dalla baronessa sicula. Spendeva tutto quello che guadagnava. 

Viveva il presente.

Era perfetta e di una bellezza senza tempo. Se non fosse stato per le mani, spellate e piene di tagli, nessuno avrebbe potuto immaginarla a pulire scale nei condomini o verdure nel retrocucina dei ristoranti. Quando aveva il giorno libero, portava suo padre a cena fuori e bevevano champagne, lei vestita come una modella e lui sordo e mezzo cieco, con un panama di traverso. 

Gli aveva comprato un vero Borsalino, lo aveva pagato una follia.

Eva parlava tre lingue in modo perfetto e sapeva leggere il latino. 

Saranno anche state squallide ma erano buone, le scuole del regime

E gli strizzava l’occhio, sapendolo nemico di qualsiasi forma di comunismo. Non si era mai prostituita ma aveva ammesso, sorridendo gentile, di aver fatto sesso con qualsiasi persona le fosse piaciuta. Anche con molte donne. Perché era divertente. Perché era eccitante. Perché le andava. Anche con coppie annoiate ma mai durante i periodi in cui era stata fidanzata per davvero. 

Perché volere bene è importante e con il proprio partner si deve essere onesti. 

E lui aveva provato vergogna.  

In pratica, ogni incontro si trasformò in un’intervista. E ogni intervista in una finestra su un mondo che a Dante apparve assurdo, per quanto era luminoso. Dopo qualche tempo, non gli importò neanche più di fare sesso con lei. Le voleva bene ma ne aveva quasi paura, per come la ammirava. Quando capì di essere soltanto una specie di espediente letterario, una sorta di intervista senza fine, Eva smise di cercarlo. Lo bloccò sui social e sul telefono, senza una spiegazione. Forse aveva un altro. O un’altra. Lui lo accettò con rassegnazione, poi prese a uscire con un’ ex compagna di scuola e se ne innamorò come non gli era mai accaduto prima.

Ogni tanto Dante ed Eva si incrociano in centro. Elegante, bella, lei da lontano lo saluta con un cenno della mano e un sorriso. Con educazione.

© Roberta Lepri, 2021
© in copertina opera di Daria Petrilli (1970)

Roberta Lepri

 

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