Duemila e ottocento (quasi una ballata) di Nicoletta Vallorani

Per Lea Garofalo

 

Si riprende lo spazio, questa cenere.
E non mi viene facile capire: la polvere che si alza ora, finalmente senza dolore, è quel che resta di me.
Notte di stelle, anche se le nuvole le nascondono. Io so che ci sono, però. Sapevo guardarle e contarle e impararne i nomi. Ne sognavo le storie, e pensavo che un giorno le avrei raccontate ai miei figli.
Intanto, si riprende lo spazio, la polvere, sollevandosi da terra.
E io lo penso di nuovo: questa polvere sono io.

Lea del bosco e della terra bruciata.
Lea del magazzino, del treno che corre.
Lea che non sa stare zitta.
Lea che canta una ninna nanna a sua figlia.
Lea compagna. Lea ribelle, traditrice e puttana.
Lea non tace.
E guarda e racconta.
Lea di polvere, ora.
Lea nel vento.

Provo seguirla, la polvere di cui sono fatta, ricucendo i pensieri. Provo a cercare le mie mani, le braccia, le spalle e i seni. I piedi e le gambe, belle ancora a 35 anni appena. I piedi che mi hanno portata fin qui, da sud a nord, a finire la mia vita in un posto che non conosco. La testa, la bocca, gli occhi.
Il ventre, che ha messo al mondo mia figlia. Il cuore, che non ha più coraggio.
Non ora, non più.
Cerco tutto questo, e non trovo nulla.
Un’altra folata, polvere che si solleva insieme alla terra del campo. Un sapore d’erba sporca nel fazzoletto di fango vicino a San Fruttuoso. Conosco la terra e i campi, ma sono abituata a sapori diversi e a un sole più deciso.
La nostalgia mi si gonfia in gola e nel petto, dentro il corpo che non ho.
Cerco il respiro dei miei polmoni e non lo trovo.
Sollevo le mani per portarle sul cuore, ma non c’è nulla, in questo vuoto impolverato.
Allora assecondo il vento, e mi lascio portare.
Perché sono io la polvere

Lea di stracci, vestita e bambina.
Lea che gioca e si scanta a guardare le stelle.
Lea che corre, inseguendo falene.
Lea che dorme, coi pugni stretti e le ginocchia sul petto.
Da bimba e da donna.

Sono nata lontano da qui.
Sono cresciuta come fanno le donne, dappertutto e più di tutto nel posto da cui arrivo. Spinta in un canto, addestrata al silenzio, educata ad assecondare senza troppo capire. Donna di pelle e di carne, niente testa e niente coraggio.
Mi ricordo bambina. Mi piacevano la terra e il sole, la libertà dei campi e del paese, il gioco con mio fratello e con gli altri, le risate e gli scherzi fatti di niente. Mi piaceva sporcarmi di fango e truccarmi per finta. E a Carnevale, mi piacevano i dolci e le maschere.
Non mi sono accorta di crescere. Solo, a un certo punto, giocare non era più possibile. Senza troppo capire, mi sono trovata nel mondo dei grandi, donna fatta e pronta per entrare nella vita e per crearne una.
È una cosa naturale, dicevano, naturale per le bestie e per le persone. Cercare gli occhi di qualcuno che ti renderà, tu pensi, felice. Ti prometterà le stelle e il sole. Saprà cosa vuoi, di cosa hai bisogno, a cosa aspiri e cosa vuoi diventare. Sarai creta nelle sue mani, e dovrai lasciarti plasmare. E non sarà difficile, vedrai. Basterà non opporsi, accettare, accogliere, non combattere, essere, come una donna sa, solo una terra da dissodare.
Sono stata così? Di sicuro ho amato molto.
Di sicuro, quando ho sentito arrivare mia figlia, beh, allora sì, sono stata felice.

Lea che aspetta.
Lea che vive in una bolla.
Lea che immagina, sogna, promette.
Lea che non vede il mondo, e il mondo non vede lei.
Lea che tace, perché un giorno tutto cambi.
E tutto cambierà.
Solo, non come doveva.

C’era una brezza leggera quando è nata mia figlia, e mi è sembrato un buon segno. Quella cosina piccola che era uscita da me sapeva di libertà e di responsabilità. Dava un senso alle cose, un colore diverso al mio giorno.
Eravamo, già allora, io e lei. Inseparabili. Due pezzi della stessa persona.
Ho deciso io, ogni cosa.
Mi sono incaponita a dare a mia figlia un nome francese. Ho tenuto stretto tutto il suo amore, rimpiazzando con la sua presenza l’assenza dell’uomo che amavo, o che credevo di amare. L’ho lasciato andare, nel suo mondo di uomini. Serena e ignara, come deve essere una moglie, una compagna, una donna.
E non avrei dato fastidio, forse, se non fossero accadute altre cose.
Avevo altro a cui pensare. Una figlia, un futuro, una vita.

Lea bambina e poi donna.
Compagna e poi madre.
Lea innocente e ferita.
Ignara e perduta.
Lea che vuole vendetta. O meglio, giustizia.

Non avrei dato fastidio, forse, se non fossero accadute altre cose.
Cose cattive, che mi hanno resa diversa.
Ancora adesso, non mi rendo conto bene della mia determinazione, della decisione di allontanarmi e di prendere la mia strada. E’ insolito.
La famiglia è famiglia, e non si abbandona. Io sono donna di famiglia. Lo sono stata, e sono nata così. C’era una strada decisa per me, e io l’ho seguita. Per un po’.
Perché sono una donna? No, non credo. Non solo.
Mio fratello era un uomo, e ha fatto lo stesso. Ha seguito la strada tracciata. E finché non è morto, ha continuato a credere di avere il coraggio di un uomo e la mente di un assassino. Nel suo mondo di lupi, però, non è difficile trovare bestie con denti più affilati. Floriano ha trovato il suo lupo, o il lupo ha trovato lui. Così, possiamo dire che il suo sangue mi ha lavato gli occhi dal velo che li copriva.
E ho visto.
Mi chiedo come sarebbe stato tutto se non avessi scelto l’uomo che poi mi ha uccisa. Mi domando come sarebbe stato se mia figlia non fosse nata e mio fratello non fosse stato macellato. Sarei rimasta al paese? Avrei scelto di andarmene da sola? Avrei trovato il coraggio di costruire una vita altrove?
Avrei … e poi no, non si dice così. Quello che è fatto è fatto. Un’altra vita possibile non c’è e non esiste.
Io sono nata per arrivare dove sono ora, polvere nel vento e parole sulla bocca di tutti.

Lea la spia che tradisce.
Lea l’infame.
Lea la collaboratrice e la criminale.
Lea di paura e di rabbia.
Lea la madre.
Che corre.

Ho deciso.
Non sapevo di essere capace di farlo finché non l’ho fatto. E solo dopo mi è preso spavento. Non per me, no, non troppo.
Ma c’era mia figlia. La piccola. Il mio desiderio fatto tempo e vita. La persona che dovevo proteggere. No, non pensavo che suo padre le avrebbe fatto male. Ero certa che non l’avrebbe toccata. Ma gli altri? Erano bestie, lo sapevo.
E io ero la traditrice, la puttana che era scappata e si era consegnata ai giudici, sperando di esserne protetta.
Figlia di famiglia, che tradisce il suo sangue.
Mi ero strappata a quel ventre, e ora, dopo il tradimento, non ero più nulla e nessuno. Occupavo una terra di mezzo. La mia famiglia non mi voleva indietro. La gente onesta, persino i poliziotti, mi consideravano una mafiosa.
Oscillavo, appesa a un filo sottile. E stretta a me, potevo tenere solo mia figlia. L’avrei protetta? Sarei riuscita a salvarla?
Non ho mai saputo rispondere, e questo mi ha riempita di terrore.

Lea pentita che torna.
Lea che si consegna.
Lea che crede di potersi salvare.
Lea che non smette di cercare una strada.
Lea che non si arrende.
Lea che parla.
Lea.

Gli ultimi ricordi hanno colori scuri e sanno di passi.
Passi per allontanarmi dal mio nemico, e che invece mi hanno portata dove non dovevo andare.
Arco della Pace, Sempione e poi oltre.
Passi per scappare da Via Montello, tornare da mia figlia.
Prendere il treno, andare via.
Non ho mai saputo quale posto fosse sicuro, e neanche mai pensato di essere capace di salvarmi. Nessuno scampo per quelle come me.

Lea la traditrice, la puttana, la spiona.
Lea che parla coi giudici.
Lea che non confessa quello che ha detto.
Lea che conosce i nomi e i soprannomi, e li dice.
Lea che si lascia ferire, ma non parla.
Lea che muore.
Lea corpo ferito.
Lea senza respiro.
Lea solo polvere.

Così sono finita in questo campo, sotto queste stelle. Molta polvere è già volata via.
Per chi verrà, sono quello che resta.
Duemila e ottocento frammenti d’osso. Un chilo e mezzo di cenere.
Un respiro.
Uno sguardo.
E voce.

©Nicoletta Vallorani, 2015

Il video che vi mostriamo è amatoriale ed è stato girato da Giampaolo Poli con un cellulare alla Città del Teatro di Cascina quando la direttrice artistica era Donatella Diamanti e realizzava, con la sua equipe, lavori bellissimi. In quell’occasione l’attrice  Valentina Lodovini accompagnata dall’arpista Riccardo Missagli aveva letto la ballata di Nicoletta Vallorani pubblicata oggi su  Sdiario.
È stata una giornata importante e indimenticata. Come indimenticata è Lea Garofalo.

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  • Lei si chiamava Magali, ma non lo sapeva. Sorda dalla nascita, per nome aveva un fremito lieve nell'aria quando la sorella maggiore la prendeva fra le braccia per coccolarla o un mugghio di tramontana fra le labbra di sua madre, che di quella figlia difettosa avrebbe fatto a meno. Ultima di sette figli di una famiglia di giostrai occitani, Magali era cresciuta selvaggia e ottusa, fra i campi e i villaggi che costellavano un itinerario punteggiato di fiere scalcinate e sagre paesane. [ continua su
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