Dojna di Maria Elena Poggi

Le stazioni ferroviarie sono microcosmi, si sa.
Passaggi obbligati, crocevia di rette che si intersecano per un attimo o forse più, prima di continuare la propria corsa.
La donna mora ogni giorno siede ai piedi del tabellone degli arrivi e delle partenze, che ormai nessuno consulta più.
Ha una bellezza esile che tenta di difendere abbracciandosi le ginocchia e reclinando il capo, come a tracciare un recinto che tenga fuori il mondo e le sue brutture.
Pare che abbia il cuore in bilico sulla linea gialla che demarca la banchina e di certo il suo è lo sguardo profondo di chi ha visto più mondo di quanto in realtà avrebbe voluto.
L’uomo ha il volto affilato e uno sguardo liquido. Da settimane i suoi occhi grigio ardesia si voltano con costanza a scandagliare la cima delle scale: attende che arrivi la bellezza bruna.
Prendono il mio stesso treno. Siedono ai lati opposti di un gruppo di sedili e parlano.
O meglio: lui parla, lascia cadere parole come se fossero perline sfuggite dalle mani di un bimbo maldestro; chissà se è invaghito della donna o soltanto del suono delle sue parole che riempiono l’aria, si incuneano fra i rumori stridenti del treno che percorre le campagne e sorpassa con la stessa placida indifferenza frazioni e città.
Le ha raccontato di sé, narrazioni di sola andata, passeggere clandestine senza biglietto obliterato; profughe d’amore.
La donna sorride, è gentile ma parla il giusto. Parole misurate: si tratteggia con pochi segni essenziali: il nome, la provenienza.
La sua voce è una musica segnata dagli accenti di un Est Europa che non saprei trovare sulla cartina geografica. Una melodia su toni bassi, una nenia che culla e ti prende per mano per portarti altrove, lontano.
Non si dovrebbe origliare.
Ma io non origlio. Sono muta testimone di questi scambi, recettore involontario di questi frammenti di conversazione che – irrequieti come monelli – mi si arrampicano addosso, valicano i padiglioni auricolari e si annidano lì, nella semi coscienza del dormiveglia o di una lettura, e aspettano di germogliare in una storia. O in un sogno a occhi aperti.
Qualcosa oggi è cambiato. L’aria è umida, nonostante sia aprile: piove, fa freddo e tutto vira al grigio.
L’uomo dagli occhi color ardesia è inquieto, non si placa nel cercare una figura di donna esile lungo il binario, sulla sommità delle scale. Scuote la testa, incredulo e cieco.
Mi sento un po’ orfana e la cerco anch’io, con lo sguardo. La scorgo dall’altro capo dello stesso binario: presente e lontana. Seduta a terra, le braccia conserte, minuta guerriera che combatte a distanza un’onda sonora che vorrebbe ghermirla e disegnarle addosso nuovi confini.
Forse avverte il mio sguardo su di sé: alza la testa e mi sorride.

(Racconto letto da Viviana Gabrini)

©Maria Elena Poggi, 2019

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