Doctorwriter [33] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini
foto di MariaGiovanna Luini

IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. È il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 23

Rovistava svogliata nell’armadio, cercava un vestito da mettere: alcune camicie giacevano sul letto, alla rinfusa. Giuliano seguiva i suoi movimenti dal letto, dopo la doccia si era sdraiato di nuovo e la osservava, attento. Aprì un’altra anta per ispirarsi, proprio non aveva idea.
Scelse un abito rosa.
– Questo andrà a tua figlia.
– Perché? Ti sta benissimo.
– Non mi piace il rosa.
Allora perché lo indossi? Tenne per sé la domanda, era prudente evitare di farla. Sulla moquette i vestiti scartati aumentavano. Paziente, aspettò che fosse vestita. Si alzò, andò in bagno e ritornò con un profumo: gli piaceva scegliere profumi per le donne che amava. La aiutò a sistemare la cintura e la accompagnò allo specchio, alle sue spalle. Le sistemò i capelli umidi. Spruzzò il profumo dietro le orecchie e si avvicinò per sentirne l’effetto.
– Sei veramente bellissima.
Il calore del fiato addosso la stordiva. Lui mosse il viso sul suo, sfiorandola con le labbra. Le circondò il collo con le braccia e la costrinse a voltarsi. Le sue mani la accarezzavano, quelle di lei stringevano la sua schiena tese, contratte, con movimenti piccoli e incerti. Fu quando le loro bocche si toccarono che Giuliano reagì: la staccò da sé, rischiò di farla cadere.
– No! Cazzo, no! Non possiamo, non si deve. Gianna, no! Mi dispiace, scusa. Non volevo, mi dispiace!
Lo squillo del telefono fu una specie di tuono, Giuliano sussultò, spaventato, e Gianna si precipitò a rispondere.
– Signora Conti?
– Sì, sono Gianna Conti. Chi parla?
– Buongiorno, mi chiamo Alessandro Forti. Sono un collega di suo marito, seguo le indagini sull’attentato.
– Ah, sì. Mio cognato mi ha parlato di lei. Mi aspettavo la sua chiamata.
Indicò il ricevitore a Giuliano, gli fece segno di avvicinarsi.
– Avrei bisogno di parlare con lei. Ho qualche domanda da farle, come può immaginare.
– Sono a sua disposizione. Mi dica quando venire.
– Oggi è possibile?
– È perfetto. A che ora?
– Questa mattina alle undici è troppo presto?
– No, alle undici va benissimo.
– D’accordo, allora a tra poco. Buongiorno.
Nervoso, Giuliano la attirò a sé in un abbraccio che assomigliava alla morsa di un lottatore.
– Accidenti, ma perché hai accettato di vederlo subito? Avrei potuto venire con te, ma oggi alle undici come si fa? Non mi fido, non va bene. Sei fragile. Non so se sia un bene andare da sola, ti evocherà ricordi strazianti. Non posso permetterlo, stai appena recuperando la serenità. Vuoi che annulli gli impegni e ti accompagni?
– Non credo che apprezzi che vada da lui accompagnata. Non sto andando a scuola.
– Hai ragione, ma mi preoccupo. Sei sicura che non sarà traumatico?
– Sarà sicuramente traumatico ma è una cosa che devo affrontare. Voglio sapere chi ha ammazzato Riccardo. Dai, non preoccuparti, era logico che chiamasse. Ha già aspettato troppo. Andiamo a fare colazione, così esco dopo di te. Prometto di non disintegrarmi.
– Lo spero, guarda che è dura.
– Il peggio è già stato affrontato, non sono morta. Mi serve pensarla così.
Scesero in cucina, mangiarono in silenzio. Giuliano masticava lento, le braccia appoggiate al tavolo; non distoglieva lo sguardo da lei: notò movimenti e dettagli che non aveva mai intuito, piccoli accenni inattesi.
– Sembri serena.
– Lo sono. Perché non dovrei? Ho dormito bene.
– Anche io ho dormito bene, ma… Insomma, lì di sopra… Prima…
– Cosa vuoi dire?
– Stavo per baciarti. Niente, è che non riesco a tornare subito impassibile come te.
– Perché?
– Come perché? Non ti importa niente di quello che… Sì, di quello che è successo pochi minuti fa tra noi? Non provi proprio niente?
– Vuoi sapere se mi sono emozionata? Se ti desidero?
– Beh, come sei diretta.
– Hai sposato una donna che è l’esempio della passionalità diretta e ti stupisci se ti faccio una domanda?
– Lascia stare, siete diverse. E’ che non riesco a leggerti, non ti capisco. A volte sembri così distaccata, come se non ti importasse, eppure là di sopra sei stata così… Voglio sapere se…
Si alzò, andò da lui. In piedi, gli passò una mano tra i capelli.
– Vuoi sapere se sono normale o frigida. Lecito, visto che mio marito ha dato di me un quadro sconfortante. Il confronto con Valeria, che è più bella di me e non solo più passionale, mi ha fatto malissimo, ma ho capito che non posso farci niente. Se fossi uomo probabilmente desidererei lei e non me, ma non ne sono sicura.
– Smetti.
– Non alludo al matrimonio, lei è bella e raffinata e palesemente brava a letto. Sei uomo, quindi la desideri.
– D’accordo, può darsi, ma non basta. Non è questo. E comunque parlavo di te. Sembra che non te ne freghi niente, poi invece ti osservo meglio e scopro che ci sei, si accende una luce. Non so.
– Sei abituato a una donna che travolge. Non so come sia la tua Marta ma mi pare piuttosto disinibita, o no?
– Uffa. Parlo di te!
– Bene, parliamo di me. Sì. Ti desidero. Adesso, qui. Ti ho desiderato anche la notte scorsa. Ho immaginato spesso come sia fare l’amore con te. E allora, cosa cambia?
L’eccitazione lo inchiodò alla sedia. Le dita di lei massaggiavano il suo viso, i capezzoli erano all’altezza degli occhi. Alzò lo sguardo, era fissa su di lui, gli occhi sottili.
– Tu eri così anche con…
– Con Riccardo? Non saprei. Forse no, siete due persone distinte. Io non sono Valeria, tu non sei lui. Per esempio, non gli ho mai detto che avevo voglia di fare l’amore. A te lo sto dicendo, e non so da dove arrivi il coraggio.
Allungò una mano. Con due dita strinse un capezzolo finché la vide chiudere gli occhi.
– Non so cosa stia succedendo, ma non possiamo. Siamo cognati.
Si staccò da lui, in pochi secondi ritrovò la gentilezza distaccata che le riconosceva.
– Certo, non possiamo perché siamo cognati. O forse non lo siamo più, e magari non lo siamo mai stati. Non ho voglia di chiedermi niente. Invece credo che tu debba andare, farai tardi. Promettimi che oggi andrai dalle tue figlie.
Si alzò.
– Oggi andrò dalle bambine. Tu però non lasciarmi in ansia: telefonami quando hai finito con Forti.
– Non ci penso proprio: la tua segretaria è una barriera invalicabile.
– Lascerò il cellulare acceso.
– Pensi che te lo lascerà fare?
– Mah, le chiedo il permesso di ricevere una tua telefonata. Secondo me la convincerò. Adesso vado, cerca di stare serena.
In giardino salutò Gennaro e si chinò su di lei, la mano destra le riscaldò la nuca.
– Vorrei restare qui con te.
Poi non si capì chi dei due si fosse avvicinato all’altro tanto da sfiorarsi le labbra. Gianna sentì il respiro fondersi con il suo. La avvolse in un abbraccio che la nascose completamente, le mani di lei aggrappate alla giacca cercavano di attirarlo ancora di più. Sentiva addosso il suo peso, e sembrava non fosse abbastanza.
Fu un attimo.
– Dottore, vada via!
Gennaro correva verso il cancello. Il rumore di un motorino si allontanò fulmineo.
– Dottore, quel ragazzo le ha fatto una fotografia.
– Una fotografia?
Gianna lo fissò, spaventata.
– Chi era? Cosa c’è?
– Non è nulla, non preoccuparti. Rientra in casa, ci sentiamo più tardi.
Perplessa lo salutò e lo seguì con lo sguardo finché fu fuori. Una fotografia, e lui la stava baciando. Aveva importanza?

© MariaGiovanna Luini, 2016

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