Devo uscire di Roberta Lepri

Stamattina mentre facevamo colazione mio figlio era di umore strano. Di solito si mette curvo sulla tazza piena di latte e corn flakes, tiene con una mano il ciuffo di capelli che altrimenti potrebbe finire inzuppato, e intanto da un orecchio all’altro gli spunta un sorriso. Il suo sorriso lo sento anche quando non posso vederlo, è una specie di tenue calorifero, come quelli che si usano negli alberghi di lusso per scaldare gli asciugamani in bagno. Chissà a che cosa pensa, mentre si trova ancora in quello stato tra il sonno e la veglia, con gli occhi mezzi chiusi e il pigiama di traverso. Forse alla ragazza, forse all’ultima volta che ha segnato un gol.
Ma oggi era diverso: niente sorriso e teneva pure le spalle dritte. Guardava davanti a sé con lo sguardo perso nel vuoto.
«Qualcosa non va?», gli ho chiesto cercando di modulare la voce in modo dolce. Io ho una tonalità piuttosto rauca, ricordo che quando mia madre mi parlava a voce alta al mattino avrei voluto strozzarla. Non voglio che mio figlio desideri la stessa cosa.
Lui mi ha fatto un sorriso triste. Sembrava di colpo stanco, come se fosse tornato da un lunghissimo viaggio.
«Ho fatto un sogno strano», ha ammesso cercando di guardarmi negli occhi. Si vedeva però che gli costava fatica, che doveva concentrarsi per riuscirci.
«Un incubo? Forse per via della nuova casa, è difficile abituarsi. Dicono che il trasloco sia una delle cause di stress più forte, insieme al licenziamento…». Ho capito subito di aver detto una cosa assurda.
«Sì, e alla morte di un famigliare. Noi abbiamo fatto strike, tre su tre.»
Ho annuito in silenzio. La sua logica è una lama. La sua capacità di fare collegamenti ha il doppio della velocità del suono. Tu inizi a dire una cosa e lui la completa. Mach 2 lo chiamava suo padre tirandolo in aria. A Marco invece era bastato Mach 1 per schiantarsi con l’aereo vicino Siena, finendo a pezzi su una vigna di Brunello. Per fare di me una vedova e di Giovanni un orfano.
«Comunque non era un incubo. Era la fine del mondo, mamma, in senso letterale.»
Guardai l’orologio. La sera prima avevo fatto tardi. Un’uscita dopo tre anni di solitudine, la festa organizzata da Angela per il ritorno della sua amica più cara, che rientrava al paesello natio vedova, senza un soldo e con un adolescente da crescere. Non avevo rifiutato. Un party in stile Gatsby, a cui mi ero presentata vestita con un abito da cerimonia cosparso di pailettes. Un capo firmato adatto alla moglie di un pilota, non a una domestica a ore. Lo avevo indossato al matrimonio di mia sorella, era passato un secolo ma per fortuna ancora mi andava a pennello. Avevo anche ballato col marito della mia amica, ed erano stati tutti gentili. E avevo pianto, nella penombra del terrazzo, pensando a Marco. Non avrei dovuto andarci, a quella festa, ero stata assalita dal mal di testa e avevo dovuto guidare pianissimo per riuscire a rientrare a casa. Ora mi sentivo così triste e svuotata.
«Raccontami bene, ho ancora cinque minuti.» Pensai che in caso di ritardo mi sarei scusata con il mio nuovo datore di lavoro e che mi sarei trattenuta oltre l’orario convenuto per recuperare.
«Era arrivata la fine del mondo. C’erano state delle strane radiazioni mandate dagli alieni o non so da chi. Comunque lì per lì la gente non se ne accorgeva. Il problema arrivava quando ci si doveva cambiare abito perché quello che avevi addosso nel momento in cui eri stato contagiato, era ciò che ti restava addosso e non ti potevi più togliere.»
«Ah. E se eri nudo?»
«Restavi nudo ed erano cavoli amari perché non potevi in alcun modo rivestirti» e qui aveva rivolto il pollice verso se stesso «se ad esempio le radiazioni ti beccavano mentre stavi in pigiama, zero vita sociale, zero lavoro. Nemmeno a scuola potevi più andare. In realtà ci avevano trasformati in ombre, capisci? Eravamo solo ricordi, delle specie di ologrammi impressi con l’ultima immagine del nostro vero corpo al momento dell’Apocalisse. Hai presente Hiroshima? Però continuavamo a vivere. Svuotati, pieni di rimpianto e angoscia. Fantasmi su una terra che non esisteva più.»
Gli ho detto che aveva una gran bella fantasia, Poteva essere un soggetto per una serie Netflix, avrebbe dovuto provare a scriverlo. Mi ha guardato ancora con quello sguardo stanco, che sembrava venire da un’altra epoca. Poi ha mosso la testa nella mia direzione e ha fatto un sorriso tristissimo.
«Adesso però spiegami perché stai andando a fare le pulizie in abito da sera», mi ha detto asciugandosi una lacrima.

©Roberta Lepri, 2020

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