Correre [Palylist] di Alessandro Morbidelli

L’uomo scivola sull’erba, piegando i piedi e le ginocchia. Il suo atterraggio è lieve, la scarpata non è ripida. Una bionda coda di cavallo dietro le fronde danza ora a destra, ora a sinistra. Il movimento è sempre uguale, figlio della costanza e del respiro. Non sarà facile raggiungerla.
Oltre all’oro dei capelli, spalle dolci, ma ferme, schiena simmetrica ed educata, glutei solidi e materici, gambe snelle. I piedi si muovono veloci sulla terra battuta. La corsa è continua e sostenuta.
Da subito la ragazza guadagna qualche metro. L’uomo si affanna, non è abituato alla corsa. E poi è sbilanciato, molto più di quanto avesse previsto, dal peso della lama sulla destra. Prova a chiamarla. Basterebbe un’esitazione, ma la voce è secca e i fili alle orecchie di lei suggeriscono ritmi frenetici, adatti alla corsa mattutina. Lei non può sentire.

Non la lascerò scappare. Ho sempre vinto io, sarà così anche stavolta. La preda è giovane, la preda è forte. Ma io la ucciderò. Perché fa parte del rito. È una catena millenaria, che mi lega a un destino preciso. Il mio ruolo è questo, non posso fallire. Eppure è molto più veloce di quanto pensassi. Fugge con la bieca convinzione di salvarsi. Alla lunga, è la costanza che premia, non lo scatto. E poi ci sono gli ostacoli, miei silenziosi complici. La siepe di rovi è assaggio della lama. Le radici che risorgono dal terreno brandiscono artigli silenziosi e dita forti alla cui stretta si deve un nodoso tributo.
Prima o poi mi aiuteranno, i silenziosi organi di questo compagno verde e prospero.

Una piccola salita contrae i giovani muscoli femorali. Profili saldi si definiscono intorno alle ginocchia e gli addominali trasformano l’aria in combustibile. La musica trasmessa dagli auricolari fa da sfondo allo sforzo e per questo il suo tema è pressante. È tutto calcolato. La ragazza concede soltanto pochi centimetri. Il suo inseguitore allunga una mano, ma è inutile.
Il peso della lama è sempre maggiore.

Ormai vedo soltanto lei. Il resto del mondo scompare, svaniscono contorni e consistenze. Soltanto le sue gambe che corrono, il suo corpo che si muove, la sua testa che sobbalza. Soltanto lei: la mia preda. E in questo mi sento sacro al creato come il leopardo. Ripercorro i rituali della divina caccia preistorica, quando lo scontro tra creature aveva la stessa forza demiurgica del vulcano e del terremoto. Soltanto lei. Perché ormai sono vicino. Perché prima o poi rallenterà.
Il coltello che splende nella mia mano è l’artiglio del conquistatore. Ma devo correre più forte.

Ad ogni salita corrisponde una discesa: l’uomo maledice a denti stretti la rinnovata e serpentina velocità della giovane. Si lascia andare a un urlo grottesco, un rantolo primitivo capace di condensare tutto l’odio del mondo in una sillaba cupa. La rabbia gli pende la testa e gli torce il collo. Il coltello alla sua destra indica il fianco della ragazza con furiosa prepotenza.
Qualche passo di corsa e poi un salto. Il terreno recuperato è notevole. Si chiede ancora come la giovane faccia a non sentire la sua ferina presenza alle spalle. Poi, l’inimmaginabile: lei rallenta, apre le braccia per respirare. Lui la travolge.

La terra si alza in una nuvola rossa, mi entra negli occhi e nelle narici. Ma recupero subito. Sono allenato, pronto a tutto. La preda è a terra, sapevo che non sarebbe riuscita a fuggire per sempre.
La caccia è giunta all’atto conclusivo, quello fondante, quello estremo.

La ragazza prova ad alzarsi: polvere e terrore le si appiccicano addosso. Uno strano verso, gutturale, proviene dal peso informe che la trattiene. Con la forza della disperazione, la giovane si dimena, conficcando le unghie a terra, e si libera. Si volta per cercare un motivo, per imbastire un perché. Vede l’uomo. E urla.
Urla perché il volto che ha di fronte è quello di un mostro, trasfigurato dall’orrore. Urla perché il fianco destro dell’uomo è trafitto dalla lama di un coltello, lorda di sangue, conficcata da una mano forte e assassina. Urla perché quell’uomo le dice “aiutami, ti prego, vuole uccidermi” con una bocca impastata di morte. Urla perché, quando alza lo sguardo, vede qualcun altro, sopra di loro.

Ho letto che alcune antilopi, inseguite dal leopardo, per salvarsi, puntino verso loro simili più deboli, verso cuccioli inesperti, per distogliere l’attenzione del predatore su questi. Adesso sono entrambi a terra: la preda e il cucciolo che ha provato a raggiungere per salvarsi.
Forse è un ciclo senza fine. Forse è solo la Vita che combatte contro la Morte.
Il mondo assiste. E io, oggi, ho fatto caccia grossa.

 

©Alessandro Morbidelli, 2019

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