Oblò [4] di Chiara Munda

© ph. Chiara Munda

OCCHI DA CERBIATTO, ALI DI GABBIANO E PETTINI CINESI

Il parrucchiere di via Modestino ha le tende bianche con un nodo al centro per far passare la luce, l’insegna rosa e le tariffe scritte sul vetro: shampoo, piega e taglio costano otto euro, un prezzo buono, anzi, ottimo. Provo a guardare dentro, ma è buio e vedo poco; faccio cadere l’occhio sulla licenza incorniciata e appesa al muro dell’ingresso e mi fermo: l’attività è intestata a Hu qualcosa (o Li qualcosa, non sono sicura), è un di quei parrucchieri cinesi di cui tutti parlano, sarà uno di quelli che usa i prodotti tossici, ti fai la permanente il martedì e il mercoledì ti svegli con la pettinatura di Claudio Bisio. No, non ci casco, lo sanno tutti che i parrucchieri cinesi vanno evitati, devo risparmiare, non devo diventare calva. Continuo a cercare un parrucchiere disposto a tagliarmi i capelli a un prezzo ragionevole, per quindici o diciotto euro o qualcosa del genere. Ne trovo uno dal salone stretto e lungo, le poltrone a destra e i lavatesta in fondo; sul vetro le tariffe sono buone, anzi ottime, shampo, piega e taglio dodici euro. Quando il prezzo è così basso, è sempre meglio controllare, entro a dare un’occhiata: apro la porta e il campanello annuncia il mio arrivo; davanti a me due ragazzi, uno alto, tatuaggi sulle braccia e sopracciglia ad ali di gabbiano, l’altra esile, capelli lunghi e occhi da cerbiatto. Ciao mi dicono, ciao rispondo. “Il taglio costa otto euro?” chiedo così, perché dire “sono entrate solo per verificare che non foste cinesi” mi sembrava scortese; ali di gabbiano e occhi da cerbiatto mi dicono sì, chiedo loro un appuntamento per il pomeriggio, mi dicono no, niente appuntamenti, vieni quando hai tempo. Sorridono loro e sorrido io. Esco soddisfatta, guardo ancora il salone da fuori: il prezzo è quello e mi accorgo che sull’insegna compaiono i nomi Barletta e Vito. Potevo anche evitare di entrare a far domande stupide, né Vito, né Barletta sembrano nomi di Shangai.

Torno il pomeriggio, la ragazza dagli occhi dolci mi fa accomodare al lavatesta, mi bagna i capelli e mi chiede se l’acqua è troppo calda. Le dico di no, lei mi massaggia la cute. Il ragazzo dalle sopracciglia discutibili si avvicina, mi chiede se so già che taglio voglio, gli dico di sì e la ragazza mi avvolge la testa con un asciugamano; mi siedo davanti allo specchio, di fronte a me una mensola con un phon che sembra una pistola, pettini e quegli strani oggetti che hanno i parrucchieri. Mentre il tatuato mi sistema il taglio, mi guardo intorno: di fianco a me una signora dall’aria poco sveglia sorride appagata della sua nuova pettinatura dal colore innaturale, il marito legge il giornale sulla poltroncina di fianco e una ragazza di spalle smanetta sul cellulare. La radio passa i successi di Sanremo e io assecondo le richieste del parrucchiere “abbassa la testa” mi dice o “voltati a sinistra”. Mentre la Mannoia canta che la vita è perfetta vedo la signora dall’aria poco sveglia avvicinarsi alla cassa; la ragazza appoggia il cellulare e le prepara la ricevuta; “fate bene” dice la signora e io cerco di ignorare la musica per ascoltare ciò che sta per dirle: quando una signora dall’aria poco sveglia commenta l’operato di un’attività commerciale regala sempre grandi perle. “Fate bene ad assumere personale italiano” continua “così quei cretini che non vanno dai cinesi solo per pregiudizio, vedono i ragazzi italiani e non capiscono. Ché tanto se uno non va dai cinesi perché sono cinesi è solo cretino.”. Guardo la ragazza in cassa mentre le porge la ricevuta: ha la pelle giallastra e gli occhi a mandorla, lo sguardo sicuro di chi comanda e il sorriso compiaciuto.

E quando è una signora dall’aria poco sveglia e dalla pettinatura di un colore innaturale a dimostrare senza appello quanto sei cretina, puoi solo stare in silenzio e incassare il colpo.

E pensare che, forse, Vito è un nome tipico di Shangai.

© Chiara Munda, 2017

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