Camere di sangue di Nicoletta Vallorani

Nicoletta Vallorani

è

Angela Carter
(Scrittrice)

 

L’idea è che Cappuccetto Rosso imbracci il fucile. Che il suo coltello sia affilato, e le sue gambe veloci.
L’idea è che la bambina dei boschi del nord, l’orfana nel cui ventre l’orologio della luna ha appena battuto il suo primo rintocco, la piccola dalle gambe lunghe e dal viso affilato si armi e sappia come difendersi.
L’idea è che non ci sia niente di male se una ragazzina squarta il lupo invece di aspettare che se ne occupi suo padre, il suo fidanzato, il suo amante.
Anzi, è quello che va fatto.
L’idea è che io resti viva a spiegarvi ancora un poco cosa intendo per quest’idea.
Cos’è una donna senza stereotipo.
Cosa significa che siamo nate libere.
Perché il piacere degli uomini ha altrettanto valore di quello delle donne.
E il dolore fisico è sofferenza reale, qualunque sia il sesso del corpo cui si applica.
Però devo andare.
Il mio tempo nella stanza della vita è finito.
Lo so, non ho finito il disegno. Avrei voluto. Avevo le linee e i colori. Le parole che servivano. Confini appena tracciati. Mobili. Una tela di ragno, incompleta, tessuta da un angolo all’altro di questa ultima stanza di vita. Sospesa. Leggera. Attraversata dal vento. Non finita.
È andata così.

Mi sollevo a fatica, mi guardo allo specchio, una Regina appassita cui non importa di essere la più bella del reame. Finalmente.
I miei capelli si son fatti bianchi presto, ma i miei occhi sono dello stesso azzurro di un tempo. Sollevo una mano disegnando un ricordo nell’aria.
Chiudo gli occhi e vedo Fievell, la mia morbida donna alata, ridere di gusto appoggiata al suo trapezio. Sotto il tendone enorme del Circo tutti la guardano stupefatti. Visi sollevati, arrossati dall’eccitazione. Bocche spalancate. «Volete vedermi volare?» dice lei. «Non credete che possa farlo, vero?» Solleva una coscia opulenta, si appoggia una mano sotto un seno florido. «Non sono un angelo. E posso volare.» Si lascia scivolare languida, sensuale dal trapezio, rimane sospesa nell’aria, e poi, con eleganza, descrive un arco sotto il tendono, ride di nuovo, e sale senza rimorsi verso la luna, Icaro con ali più solide: le donne hanno più testa di un uomo, e sanno che la colla si scioglie al sole.
Se solo ci avessero lasciato volare.
Riapro gli occhi.
Il viso che ho mi sorride dallo specchio.
Ho attraversato stanze e castelli. Ho volato in cieli diversi da questo. Sono tornata.
È presto, ma il mio tempo è finito.
E questa è l’ultima camera di sangue.

La prima camera di sangue:

Un velo d’azzurro per coprire ossa grandi e capelli scuri, e un cuore rosso, come labbra intorno al sorriso.
Una donna è una donna: una persona.
La persona, questa persona, è un tulle appena segnato nel centro di un azzurro profondo.
Il linguaggio è un fruscio di parole illeggibili, perché non hanno bisogno di essere comprese.
Il senso è sopra, non dentro. Le parole non bastano. Allora ci vogliono i colori e la terracotta e il buio alle spalle e il velo di tulle, leggero, intorno a questa storia privata, segreta, ammiccante, divertita.
Un azzurro più scuro disegna lo spazio della pelle sfiorata, le mani strette e calde, gli occhi abbassati oppure aperti, la faccia arrossata. Il corpo.
La testa viene dopo.
O forse, soltanto, dicono, per le donne non c’è.

Ricordare è come nascere di nuovo, ma senza la paura del vuoto e con le ali assicurate alla schiena. Ricordare è come tessere una tela che potrà raccogliere i fili dispersi.
Io sono il ragno.
Io sono Penelope.
Io sono la donna che ha smesso di aspettare ed è entrata nel mondo, abbandonando la stanza chiusa. La donna che parla.
Io sono Angela Olive Stalker, la bambina sfollata, la ragazza dello Yorkshire, l’adolescente anoressica, la sposa giovane, la divorziata, la viaggiatrice, la femminista, la strega, la donna, la madre.
Io sono Angela Carter, la narratrice di storie.
Ho cominciato a riconoscere il mio corpo di donna negandolo. Nutrendo il cervello e costringendomi a una fame inesausta. Nelle stanze fumose, a Bristol, mentre ascoltavo poeti declamare dolori da uomini, tessevo la tela delle donne, senza saperlo ancora ma provandolo nella carne. Rimbaud, Baudelaire e Racine non ne sanno nulla. Il loro dolore è fatto di vento e raccontato in magnifiche parole senza carne né sangue. Le leggevo e capivo che non avevano corpo. Il dolore era delle donne, anche se allora non lo sapevo ancora.
Il mio primo matrimonio è stato, come tutti, fatto di violazione e silenzio. È durato poco, come doveva. Tessuto in fretta per acquistare al prezzo comune la libertà. E un nome non mio. Che ho tenuto e riscritto.
Così sono diventata Angela Carter, la narratrice di storie.
Sono diventata il ragno e la donna alata. Penelope e Icaro in gonnella. Sono diventata la donna che ha smesso di aspettare ed è entrata nel mondo, abbandonando la stanza chiusa. Sono diventata la donna che parla.

La seconda camera di sangue:

Vieni da me, che sono il cuore.
Ti schiaccerò le ossa per imparare a farne senza. Ti insegnerò a sporcarti le mani, perché non è la stessa cosa toccare la terra o guardarla. Ti mostrerò il tracciato della fortuna, che si gira su se stessa, si avvolge in un nodo, e nessuno, nessuno è capace di scioglierlo.
Vieni da me. Non c’è nemmeno una luce di luna, e gli occhi non ti servono a vedere. Senti la mia pelle sotto le dita, e impara il mio corpo.
Un colore è un colore soltanto.
Il nero è un colore.
Il bianco una pausa che aspetta di tingersi dentro la storia.

Quando ho cominciato a scrivere, sapevo che non era un lavoro: piuttosto una necessità. Come respirare. Un atto automatico, del quale diventi consapevole solo se ci rifletti, ed è la volta che ti manca il fiato.
Non ho mai pensato di smettere come non ho mai pensato di iniziare. Semplicemente, è accaduto.
Con la stessa quieta naturalezza con cui il ragno tesse la sua tela.
Si dicono molte cose del mestiere di scrittore. Quello che di rado si ricorda è che esso è un mestiere per uomini, non perché gli scrittori siano solo maschi, ma perché le storie che si raccontano sono sempre, da sempre, quelle che gli uomini hanno inventato per noi.
Il castello di Barbablù è pieno di stanze chiuse.
In una stanza, sta il letto dove la sposa verrà violata. In un’altra sta il tavolo dove la moglie servirà il pasto a Barbablù. In un’altra ancora sta il pianoforte dove la fanciulla virginale suonerà il suo concerto per Barbablù. In una, la serva laverà i suoi panni sporchi, e in una, la giovane consorte riceverà i suoi ospiti. E nell’ultima, tutte queste donne diventeranno corpi senza vita, e verranno nascosti agli sguardi del mondo, perché nessuno sappia quel che succede alle donne.
Io ho aperto l’ultima stanza, armato le donne, insegnato loro a parlare con parole affilate. A riprendersi la magia delle storie, che è loro.

La terza camera di sangue:

Intorno al pozzo, ho modellato la mia storia.
Nel buio, ho costruito quello che andava bene per me.
Camminandovi alle spalle, ho cercato di farmi forte.
Ora sono qui, e non piangerò e non mi lamenterò.
Toccatemi, e vedrete cosa ho in serbo per voi.
La donna che ero è morta. E comincia oggi a esistere.

Marionette. Grotteschi personaggi dimenticati in un negozio di giocattoli e improvvisamente liberi di realizzare la magia delle loro storie, raccontate con la crudele noncuranza dei bambini. La mia storia di scrittrice è cominciata come una danza di ombre assassine, tutte donne, occupate e recuperare frammenti del loro orizzonte in un mondo di uomini.
All’inizio degli anni ’70, mentre l’Europa si animava dei colori di una rivolta di più, avevo trent’anni, un matrimonio alle spalle e denaro abbastanza, guadagnato con i miei primi romanzi, per andarmene a Tokyo, dove ho imparato cosa significa essere una donna e scegliere di raccontare la storia a partire da lì, dalla stanza chiusa dove ogni donna si chiude o accetta di chiudersi. Ho imparato a uscire da quella stanza, rubando la chiave a Barbablù per pugnalarlo col suo stesso coltello. Il desiderio è una macchina dell’inferno, pilotata da uomini come il Dottor Hoffmann: collezionisti di corpi di donne, per troppo tempo lasciati liberi di dare significato alla tela delle donne.
Ma siamo noi le tessitrici. Siamo noi le narratrici di storie.
È tempo di riprendersi il telaio.
Ogni storia è un tessuto.
Ho sempre pensato che la vicenda di Penelope fosse raccontata nel modo sbagliato. Penelope non sfilava la tela per poter aspettare il suo uomo.
Niente affatto.
Questa è una fantasia inventata da padri e fratelli capaci di pensarsi solo come il centro di ogni cosa. Eppure non è andata così. Penelope tesseva i suoi fili perché amava farlo. Non era concludere il disegno che le dava piacere. Piuttosto il progetto, la costruzione lenta e paziente, la creazione, la composizione dei pezzi in modi sempre nuovi. Quando Ulisse è tornato, Penelope ha smesso di essere libera. Nessuno l’ha sentita dire le parole che ha detto. Sicché, sussurrando una ribellione inespressa, Penelope ha ripreso il suo posto.
La tela, l’ultima, è rimasta abbandonata, un disegno incompleto, interrotto dal compito di esser moglie. Io ho ripreso quel disegno, e ne ho fatto la storia di Eva, Fievell, Tristessa. Nelle mie storie le figlie sagge riprendono il posto che a loro spetta. E si fanno beffe della Bestia che le ha vinte in spose al tavolo di gioco.
Ho fatto quello che potevo per liberarle.
Perché ho pensato che quello fosse il mio compito?
Semplice e cristallino: perché io sono Angela Olive Stalker, la bambina sfollata, la ragazza dello Yorkshire, l’adolescente anoressica, la sposa giovane, la divorziata, la viaggiatrice, la femminista, la strega, la donna, la madre.
Perché io sono Angela Carter, la narratrice di storie.

 

La quarta camera di sangue:

La tela si lacera, graffiata, e assorbe il taglio sulla pelle, lo trasforma in un segno, una storia.
Vorrei che il dolore potesse essere questo.
Vorrei che ci fosse un senso nelle cose, e dentro il senso una rassicurazione. Vorrei che l’azzurro fosse azzurro e basta.
Vorrei che i tuoi occhi fossero occhi soltanto, senza essere sguardo. Vorrei ricordarti, bambina, perché ti saprei al mio fianco.
Vorrei non essermi persa dentro questo nero.
Vorrei avermi, ma posso solo cercarmi.
Vorrei possedere un cuore invece di questa pelle soltanto.

Siamo donne di isole, Penelope e io. Entrambe siamo abituate a vivere circondate dal mare, sebbene le luci e i colori delle nostre terre d’origine siano diverse. L’Inghilterra, dove io sono nata, non conosce che cieli in movimento e piogge persistenti, vento forte lungo le coste, angoli aguzzi, con gli stessi sapori salmastri di ogni mare. Si gira vestiti di molti panni, il corpo infagottato e nascosto, protetto dal freddo cui siamo abituati ma che non ci consente morbidezze né abbandoni. Dormiamo dentro vestiti pesanti: gli uomini rannicchiati nella presunzione della loro forza, le donne pensando ridenti di indossare, per una volta, solo Chanel n°5 al posto della camicia da notte di flanella.
Abbiamo case con grandi finestre, perché la luce possa entrarvi anche quando non è molta. Approfittiamo di ogni raggio di sole per regalarci uno sguardo alle nuvole e sognare una vela.
Siamo navigatori, come i greci, e conquistatori del mondo.
Gli inglesi hanno avuto l’impero. Sono abituati a girare il mondo. I maschi sanno come prendersi le terre degli altri, le femmine sono capaci di trasformare la conquista in storie. Ma nessuno le ascolta.
Questo mi rende diversa. Io sono stata ascoltata.
Siamo voci sussurranti in una tempesta che urla, noi donne. Ma quando il vento cade, quando all’improvviso si fa silenzio, la nostra voce diventa un gioiello prezioso, cristallino: la risata di scherno di una bambina che, senza che nessuno se ne accorgesse, si è fatta donna.
Il corpo è la chiave.
La schiavitù e la libertà stanno in una gabbia di muscoli, ossa e sangue. In una nascita che ci fa diversi: un atto casuale della natura, che ci getta nel mondo con quello che siamo e che non possiamo cambiare.
E se fosse possibile capire cosa significa avere un corpo di donna? Se un uomo si trovasse, a un certo punto della vita con un corpo di donna? La mia nuova Eva era un uomo prima che Mother gli donasse un corpo di donna. Come una punizione, una condanna per espiare il peccato di aver abusato del suo potere. Sperimentare lo stupro, la violenza, la maternità, la nascita. La colpa primordiale di essere donna, e, dunque, violabile.
Il corpo è la chiave.
Cambiate il corpo, e cambierete il destino di una persona.
Ma il destino si costruisce, è ancora da scrivere. La chiave può essere rubata. La donna può disobbedire.
Io ho aperto la stanza. E ho raccontato quello che ho visto.
Non è stato facile.
In Russia, in Giappone, In Inghilterra, non è mai stato facile.
I premi, le battaglie, la scrittura costruita e insegnata.
A Londra, a New York, a Sheffield.
Non è mai stato facile.
Mettere al mondo una storia o un figlio.
Misurarsi col corpo.
Amarlo anche quando non ha più voluto fare quel che gli chiedevo.
Sentirlo ora mentre ancora gli chiedo di volare alto, in questo letto, davanti a questo specchio.
Ma anche ora, e per sempre, io sono Angela Olive Stalker, la bambina silenziosa, la ragazza del mare, l’adolescente goffa, la sposa delusa, la divorziata scrittrice, la viaggiatrice, la femminista, la strega, la donna, la madre.
Io sono Angela Carter, la narratrice di storie.

Siamo state bambine silenziose e obbedienti, Penelope e io. Schive, ininfluenti in un mondo di navigatori valorosi. Schegge di vita a malapena visibili. Per parte mia, da ragazza, avrei voluto sparire, essere invisibile, non farmi vedere. Dimagrire fino a essere niente, un gomitolo di nebbia nella casa di mia nonna, che mi ha presa con sé per crescermi come i miei genitori non sapevano fare. Noi due, donne invisibili, annidate negli angoli della vita degli uomini.
Non ci è mai piaciuto, ma ci sembrava di non avere altre possibilità. Penelope ha avuto l’esilio di Ulisse: il suo momento fortunato, la sua parentesi di libertà.
Io? Cos’ho avuto io? Un padre giornalista, una nonna narratrice di storie. Molti libri. Poche parole, ma sarebbero arrivate, anche quelle col tempo. Insieme al mio esercito di donne. Piccoli ragni immaginari tessitori di tele.
Abbiamo aspettato, Penelope e io, di diventare grandi per scegliere, la tela e il marito, sbagliando e riconquistando una voce.
Io sono stata più brava a imparare a parlare.
Ma, lo stesso, la mia tela non è finita, ora che devo andarmene.
Troppo presto. Ma ognuno ha il suo tempo, e io ho usato il mio.
La mia stanza ha per confine il cielo.

La quinta camera di sangue:

Un dolore non è che tempo che scorre con un segno più forte inciso sopra.
Io mi sono segnata di rosso, e nel rosso ho cantato la mia storia, l’ho raccontata al tempo, perché la tenesse stretta, la cullasse.
Come una madre.

Fievell ride mentre abbandona la sicurezza di quel tetto, il posto da dove la prima volta ha spiegato le ali e scoperto che poteva volare. Come nascere di nuovo. La mia creatura più solare e libera, una sagoma morbida nel cielo di Londra.
Non mi stanco mai di pensarla felice, un corpo forte e generoso, spaventoso per ogni uomo.
E ha ragione lei: siamo grovigli di desiderio, rabbia, memoria, nostalgia, silenzio, passione.
Siamo macchine creatrici.
Siamo organismi che possono vivere solo liberi.
Molti uomini lo sono. Tante donne no.
È questo il punto.
È questo il centro esatto della tela.
La mia tela ha infiniti colori.
Ognuno segna un passo e dipinge una storia.
Nessuno di essi può vivere senza gli altri. Un filo da solo è una traccia e un confine. Due fili sono il senso di un viaggio in compagnia. Tre fili e più sono una storia, un mondo, una vita che aspetta di essere compiuta. E può compiersi in tanti modi, non necessariamente identici a quelli che ci sono familiari. Cappuccetto rosso sa usare un coltello affilato per uccidere il lupo: l’ha avuto da sua madre insieme al cesto di dolci, perché nessuna madre manderebbe nel bosco una figlia incapace di difendersi.
E Cappuccetto Rosso sa come fare.
Un’orfana deve imparare a usare le armi. O il suo cervello e il suo corpo.
Cappuccetto rosso può sedurre il lupo per salvarsi la vita. E la Bella, perduta al gioco da suo padre, saprà come aver ragione della Bestia e come tornare libera.
Così, piano piano, riscrivendo le storie che conosciamo e inventandone di nuove, ho costruito il mio esercito di donne. Il battaglione di ragni astuti e pazienti che un giorno completeranno la mia tela.
Quando io non potrò più.
E quando Penelope avrà deciso, in via definitiva di rinunciare alla sua tela per maritarsi di nuovo.
Perché non posso insegnarle a essere libera?
La mia tela ha infiniti colori, che sono il senso della mia vita e di quella di molte altre donne. La trama della tela. Gli snodi del viaggio.
Rosso è il sangue che segna il tempo di diventare grandi.
Bianco è chi ti fa sposa e ti conquista a una morte lenta.
Giallo è il sole che aspetto nelle giornate d’inverno. Ed è il tempo che ho passato in Giappone, una nazione di isole, a spendere i denari del primo premio che ho vinto. E a imparare un altro mondo.
Antracite è il nome delle storie più difficili.
Grigio è il colore del passaggio e del mezzo. Il colore di questo cielo.
Cremisi è il silenzio che avvolge questa piccola stanza. Vorrei essere fuori di qui, ma sono stanca.
Cremisi sempre più scuro: il colore di un respiro che si spegne piano, faticoso.
Osservo le mie donne, una per una.
Eve che prima era Evelyn, Tristessa che vive solo nei suoi film, Fievel la donna alata. Le altre.
Bambine cattive, tutte.
Non sono spaventate. Mi amano. Non mi abbandoneranno.
Nell’angolo in alto, la ragnatela che ho costruito oscilla nel vento. Se ne occuperanno, lo so.
Finiranno la tela. Solo per disfarla, come Penelope, quando non sarà bella abbastanza. E inventarne un’altra, di infiniti colori.
Al centro, sempre, il rosso del sangue.

L’ultima camera di sangue:

Occhi dorati.
Un silenzio di luna sporca, e poi questa veste ai miei piedi, seta del tempo che si è fermato, stanotte. Si è mangiato la coda, e la fine diventa l’inizio, una pausa distratta, immobile, piena di tutta la storia finta degli uomini. Delle donne, che indossano gioielli invisibili e con ciglia nere e pesanti nascondono lo sguardo.
Tiro il cerchio del tempo, che si allunga e perde il centro che aveva.
Una luna mi guarda.
Io divento.
E dal rosso mi faccio preziosa. Emozione essenziale. Argento liquido nelle mani di chi mi vuole. E che non mi avrà.
Sono vento beffardo, aria salmastra, silenzio e parola.
Sono la donna.
La padrona delle storie.

 

©Nicoletta Vallorani, Mappe sulla pelle, 2012

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