Breve storia di un temporale di Katia Colica

Partendo dalla suggestione del film Rashomon di Akira Kurosawa abbiamo preso una fotografia scattata da Viviana Gabrini e alcuni  Sviaggiatori hanno raccontato una storia interpretando l’immagine a modo proprio.

Il risultato è sorprendente. Perché ogni cosa è vista con i propri occhi e ciascuno di noi ha una sua narrazione della vita e di ciò che vede, anche se l’immagine è la stessa.

 

***

 

Chi lo sa se è un po’ come tenere per mano anche te.
Te ne stai lì a fianco a lei aggrappato alla sua borsetta fuori stagione: paglia e bambù; col tempo che fa, poi. Lina ti ha chiesto di non prenderle la mano, ma lo ha fatto in modo bello: sono grande, papà. Adesso sono grande e mi tiene solo mamma.

Avresti dovuto vedere la tua faccia, un uomo inghiottito dall’abisso che si è fabbricato da solo; grazie ai suoi diversivi fatti di segretaria in lingerie. Che cliché banale e mediocre, mi sono sentita dire. Quando ti ho allontanato non avevo idea di cosa avrei fatto di noi: io e lei sole, senza ombrelli, tettoie sotto cui proteggersi. Ma non avrei mai perdonato, non perdonerò.
Lina non sa bene com’è che mamma e papà si sono smagliati all’improvviso, una di qua, l’altro la domenica pomeriggio al bar, dentro un cinema, nella pensione in cui ora abita. Se ne torna a casa seria, profumata di patatine e dopobarba, io l’annuso. Chi lo ha detto che la famiglia è rifugio, che le persone messe assieme sono migliori. Chi lo ha detto che fare progetti ripara dal maltempo.
«Mamma, un lampo!».
«Adesso conta e poi arriverà il tuono: uno, due…».
Camminiamo svelte. Tu ci segui a fatica, ma noi siamo veloci, ormai abituate a saper trovare in fretta un riparo, a scampare ai temporali. Il boato arriva, Lina insacca la testa nelle spalle; e finalmente sorride.

È il primo pomeriggio assieme da quella volta in cui avevo visto la mia fine dentro l’anteprima di un WhatsApp. Ero rimasta impietrita davanti al tuo cellulare dimenticato a bordo letto, forse scivolato dalla tua tasca; un po’ come quel serpente di cui parla la Bibbia, un demone che disordina le cose, che sparpaglia certezze. Ma non c’era nessun dio a confezionare nuovi equilibri, a inventare codici per far pagare peccati veniali o mortali e dopo archiviarli come una bolletta pagata, o un vecchio pin del bancomat. Così ho sentito il mio corpo scoppiare in mille frammenti, avrei potuto ferirti con quelle schegge, avrei potuto ucciderti, perfino. Non sei morto. Hai abbassato la testa come fanno i cani quando si aspettano di essere cacciati da un posto che non è il loro, dove non si può stare.
Chi lo sa se quel lampo può spaccare l’innocenza in parti uguali, prenderne uno spicchio dal cuore di Lina e frazionarlo tra noi tre. Chi lo sa se questa linea spezzettata fatta di braccia piccole, braccia grandi, borse, ombrelli, tornerà una corda di spago unica. Sfilacciata, semmai.

Dopo il tuono Lina ti afferra dal polso: non aver paura, i tuoni sono solo rumore e non fanno niente. Non tremare; ti tengo io. Ti tengo io papà.
Chi lo sa se stringere il mondo traballante di Lina agganciato per mano è un po’ – solo un po’ – come tenere per mano anche te.
Te; che non perdonerò.

 

©Katia Colica, 2019

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