Bipede a quattro mani [21] di Raffaele Rutigliano

© Madonna Clara di Raffaele Rutigliano. China.

LEI

Mi sono trovato a distribuire pane agli orfani della Misericordia. Uno stringeva nella mano i capelli di un altro. L’altro sbatteva i pugni contro il terreno. Portavano vestiti riciclati. Lasciato andare il ciuffo di capelli, il primo afferra il pezzo di pane e scappa via a nascondersi. Ha paura che il secondo possa strapparglielo di mano.
“La prego di scusarli.”
Lorenzo ordina ai due di fare pace, e tra la cancellata e lo spazio assente mi dimentico di presentarmi.
Lorenzo è il responsabile del gruppo, supervisiona la vita straordinariamente fortunosa dei piccoli.
Saranno una quindicina in tutto, o forse anche meno. Qualcuno sarà stato sotterrato sotto un albero come nella terra del sacerdote.
Non sapevo che anche Lei provenisse dagli stessi luoghi e spazi silenziosi. Un’adolescenza tale non potrei immaginarla. Non l’ho vissuta. Pertanto, in barba alla libertà di scelta se nascere o patire in una famiglia non propria, mi ripropongo di scagliarmi contro di Lei.
La mia profilassi e natura mi impone di non metterla incinta…, cosa impossibile, direi. Ma le sempiterne voci che mi inseguono, questa volta abortiscono in me ogni possibile cambio di pensiero o nascitura imperfezione. La perfezione è ludica. E con un gioco a quattro mani porterò a compimento questo testo. L’amica Clara ha preso attivamente vita in questo labirinto di scelte e inseguimenti, e, come con filo di Arianna, la seguirò sino alla fine del mondo, dopo ogni virgola e punteggiatura incorretta.
Prefiggo di creare una perfetta ortopanoramica per scoprire se i ponti che portano al Palazzo del Re sono d’oro o semplicemente bagnati nell’oro zecchino, se contengano i dolori e le sorti di un Paese in crisi.
Avventurarsi, quindi, per riderle dietro. Per prendermi gioco di Lei, insoddisfatto com’è della sua solitaria falsa riga incorruttibile.
L’immagino bimbo, glabro e con i pantaloni calati a pisciare nell’angolo più buio. Il suo orto è rimasto incolto per anni e anni, ha dissotterrato solo le pietre argillose nella speranza di una semina, ma ha preferito fare altro. Ha preferito spostarsi nei boschi, e anziché vestire i panni del lupo cattivo, ha scelto quelli di una Cappuccetto Rosso, che, con una tanica di benzina alla mano, dà fuoco a tutto l’amabile, dopo aver strappato con l’ausilio dei denti e la cura della lingua le castagne dai marroni migliori.
Siamo melma attaccata in modo posticcio a un olfatto emotivo.

Io sento, Lei sente, noi proviamo. Anche Clara sente, a modo suo, guarda le chiavi sul mobile d’ingresso nell’attesa che qualcuno gliele porga – potrebbe prendersele anche da sé. Le mancano i sempre, i dove ci sono, i mentre si vivono, sono i forse a lasciare ipotesi e a creare spazi vuoti. Ed è sempre lo stesso spazio silenzioso, quello che accomuna tutto, perché inerme proprio a noi stessi.
Siamo fragili, modellabili come pasta sciolta, con la faccia leggermente abbozzata, senza carattere, senza coraggio, ma con una pistola nel pugno.

© Raffaele Rutigliano, 2018

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