Bernardo di Maximiliano Cimatti

Lo zolfo? Credo di avere più zolfo che sangue nelle vene, fa parte di me come queste mani. Se a tutti gli altri ha bruciato i polmoni, a me m’ha protetto fin dall’inizio.
Sono nato nel settembre del ‘31 in un bugigattolo davanti alla miniera di Cabernardi, coi camini che sputavano fumo, gli argani che sferragliavano, l’aria che scorticava la gola. Babbo e mamma erano appena arrivati in cerca di un po’ di fortuna, che ne avevano bisogno.
La mamma aveva una gran pancia da ottavo mese quando era arrivata la lettera dell’amico del babbo. «L’aria è cativa, il lavoro rompe la schiena, ma la paga è bona. L’ingeniere à promesso che ti tiene il posto, ma solo fino al 10 di setembre. Fai in fretta, qua a Cabernardi si sta bene e cè futuro
Partirono in fretta e furia dal paese di Lisciano, cinque chilometri da Ascoli Piceno, su un carro traballante in compagnia di un baule pieno di vestiti, coperte e pentole che sbatacchiavano tra loro. La mamma era agitata, credeva fosse la tristezza di lasciare la sua famiglia, invece ero io che sgomitavo in anticipo. I dolori brutti cominciarono nel pomeriggio e il babbo la fece stendere sul pianale, sopra le coperte.
«Cosa ci vuole a contare le settimane, un professore?» Diceva lui.
«I calcoli son giusti, è il tuo figliolo che ha fretta di venire al mondo.»
«Allora dobbiamo chiedere aiuto.»
«Te frusta il somaro» disse la mamma «Col piccolo ci parlo io, gli dico di fare il bravo.»
Sapeva già che aspettava un maschio, gliel’aveva detto un’ indovina del paese. La donna era capace di prevedere il sesso dei figli massaggiando la pancia delle madri e non si era mai sbagliata una volta. Aveva anche detto a mamma che parlare al nascituro gli avrebbe trasmesso grande intelligenza, una qualità che non abbondava certo in famiglia.
Il carro tagliava per le colline di Comunanza, Matelica, Camerino e Fabriano. A ogni buca un morso alla coperta, un pugno sul pianale del carro. La prima notte chiesero ospitalità a una famiglia di contadini: gente buona e premurosa. La padrona di casa insisteva che ogni minuto poteva essere quello giusto, ma la mamma era sicura che avrei aspettato a nascere, mi aveva supplicato tutto il giorno.
Ripartirono la mattina dopo. La strada era una tragedia, il dolore peggiorava e la mamma staccava tutti i santi dal calendario. A metà pomeriggio il babbo sentì che l’aria era diversa, sapeva di uova marce e gli venne quasi da piangere dalla felicità.
«È lo zolfo» cominciò a dire «Lo senti lo zolfo?»
So che è una cosa strana da credere, ma secondo la mamma quell’odore tremendo calmava la mia smania di venire al mondo. Disse al babbo che si sentiva meglio, lì tra le coperte.
Raggiunsero Cabernardi verso sera, e mamma aveva perso molto sangue. Il babbo fermò una donna al volo e le spiegò la situazione. Lei disse di portare la moglie nella baracca lì vicino, un vecchio bugigattolo per minatori stanchi. Il babbo stese la mamma nel pagliericcio, e pochi minuti dopo arrivò la levatrice con altre donne. In quattro e quattr’otto si formò una processione con catini pieni d’acqua e asciugamani.
La mamma tirò un’ultima imprecazione, perché le aveva finite tutte durante il viaggio, poi la levatrice disse: «Eccolo! Benvenuto a Cabernardi». E così venni al mondo che il sole tramontava, senza farmi pregare, piccolo, scuro e rugoso come la pelle di un vecchio. La mamma era stata coraggiosa e adesso aveva un gran sonno. Il babbo l’abbracciò tutto commosso e le disse che aveva già pensato al nome.
«Lo chiamiamo Zolfo.»
«Scordatelo» gli disse lei con un filo di voce. «Lo chiamiamo Bernardo, come il paese
Il babbo mi portò fuori dalla baracca avvolto in un panno. Aveva pensato al peggio e invece eccomi lì, un animaletto, il suo primo figlio, il giorno in cui cominciava il futuro.
«Bernardo» ripeté il babbo.
Mentre la mamma si addormentava per sempre, io piangevo per abituarmi alla mia nuova vita e il mio respiro si mescolava ai fumi solforosi e tremolanti della sera.

©Maximiliano Cimatti, 2020

Legge Viviana Gabrini

 

Maximiliano Cimatti, ravennate classe 1971, nel 2013 si trasferisce nelle colline marchigiane per dedicarsi alla scrittura e a una vita sobria. Cimatti è autore di racconti apparsi in varie antologie, tra cui La semantica del crimine (Fernandel). Nel 2016 vince il primo premio al concorso letterario “Luciano Pittori” di Castelplanio (AN) per racconti inediti. Oggi è docente della Scuola di scrittura fAutori, di cui è cofondatore, e svolge l’attività di life coach. L’uomo di Elcito è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2017 per Meridiano Zero.

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