Antonia Pozzi, quando l’indicibile manca di Elena Mearini

Nella poesia ci si inciampa, così, per un dispetto del destino. 
Tu cammini, fai le cose che devi, appoggi i piedi come d’abitudine, uno dopo l’altro.
Fai attenzione al passo, che schivi le buche e scelga l’asfalto sicuro. 
Potrebbe procedere tutto bene, nella sonnolenta normalità del giorno qualunque, senza sbandamento, vertigine né caduta in terra.
Invece no, qualcosa arriva a farti lo sgambetto, che sia la gamba tesa di una nostalgia oppure la pietra sollevata di uno stupore.
Allora tu perdi l’equilibrio e cadi di un cadere che non si ferma più.
Succede così, quando il “ qualcosa che arriva a farti lo sgambetto” si chiama poesia.
Lo sa bene una come Antonia Pozzi, che nel precipizio poetico ci ha speso tutta la vita. 
Giù, sempre più giù, nel volo alla rovescia di un uccello impazzito.
Tutto è iniziato con l’assenza dentro e fuori. Assenza di chi, di cosa?
Dell’indicibile. Quello che, quando manca, non puoi nemmeno sperare di trovarlo.
Forse la vita di Antonia Pozzi è stata popolata proprio dall’impossibile da pronunciare, un accadere senza nome che non risponde ad alcuna chiamata.
Di lei sappiamo che aveva il corpo esile del ramo spoglio, la vita stretta di chi respira occupando lo spazio minimo e una fame di sapere negli occhi che prometteva l’insaziabile.
Non le bastava la cura di due genitori amorevoli, l’ambiente colto e raffinato di una Milano con la cipria in faccia e le perle attorno al collo.
Nemmeno la musica suonata dalla madre al pianoforte riusciva a diffondersi in tutti gli spazi del suo essere, restava sempre qualche angolo escluso al suono, un metro quadro sordo a qualunque cosa che non fosse il nulla.
Antonia viveva tra il non ancora e il mai abbastanza, se ne stava piantata nel mezzo di due misure insufficienti, come un elefante assetato tra due gocce d’acqua.
Ed è in questa scarsità che la poesia di Antonia trova casa, nel troppo poco che diventa tutto e che non può essere sprecato. Allora capiamo il perché del suo sguardo che s’innamora del dettaglio, che fa del frammento un’ossessione e considera anche il grano di polvere sulla superficie delle cose.
E’ il 1927 quando Antonia, in prima liceo, incontra Antonio Maria Cervi, il suo professore di greco e latino, uomo che riesce a oltrepassare il “mai abbastanza” della poetessa con l’arrampicata di un accanto irripetibile. 
Il professore tiene negli occhi un dolore simile alla monetina caduta in fondo al pozzo, qualcosa di ormai perduto e irrecuperabile che lo rende un sognatore nostalgico, ammalato cronico di poesia. 
Entrambi affondano i corpi nella stessa passione, sperimentano l’apnea di chi è prossimo all’annegamento e l’uno riconosce nell’altro il valore sacro del respiro.
Così nasce un amore potente, di quelli che ti mandano a sbattere la testa contro il vuoto lasciandoti il livido dell’assoluto.
Ma il padre di Antonia non può accettare che la figlia si perda nello scandalo, ostacola la relazione tra lei e il professore, con ogni gesto e sguardo sembra ripetere che “questo amore non s’ha da fare”.
E infatti, al posto dell’amore, ci sarà il taglio netto del cavo che porta la corrente, il distacco tra Antonia e il suo professore lascerà un buio irreversibile. 
Arriveranno lampi di vita normale, il lavoro di insegnante, la passione per la fotografia e la montagna, qualche spinta oltre la cecità.
Ma poi Antonia ricade nel punto di mezzo, tra il non ancora e il mai abbastanza, dove la tristezza cova troppi dolori tutti assieme e l’idea di una schiusa mette spavento.
Allora raggiunge Chiaravalle, alla periferia di Milano, sceglie uno di quei prati che mescolano le margherite agli sputi, si stende sopra la poesia, appoggia la testa alla vita e chiede ai barbiturici di farla sognare. Senza smettere mai. 

Abbandonati in braccio al buio
monti
m’insegnate l’attesa:
all’alba – chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d’autunno
tramortita nel sole.

Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono –
essere senza ieri
essere senza domani
ed acciecarsi nel nulla –
– aiuto –
per la miseria
che non ha fine –

© Elena Mearini, 2021

Elena Mearini
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