Antonia [Nemiche] di Barbara Garlaschelli

La solitudine

 

 

La solitudine

Milano, 26 novembre 1990

Cara Gianna,

sono passati più di quattro mesi dall’ultima volta che ci siamo scritte. Tutti i giorni mi ripromettevo di farlo, ma con la storia del trasloco non ho mai avuto tempo. Adesso che la casa ha un aspetto quasi dignitoso, eccomi a te. Sono contenta di sapere che tu e Fabio abbiate finalmente fatto il vostro viaggio in Egitto e abbiate avuto il modo di stare un po’ soli. Nelle poche righe che mi hai mandato da Il Cairo, parli di una vostra “riscoperta” e dici che non sai spiegarti bene a parole. Cara Gianna, non hai bisogno di altre parole oltre quella. “Riscoperta” contiene già tutto. Contiene la curiosità, la gioia del ritrovarsi, la condivisione di vecchie passioni, il sapere che “l’altro” non è una scontata compagnia ma un rinnovato compagno di viaggio.

Non ti nascondo che quando ho ricevuto la tua cartolina, oltre che autentico piacere, ho provato una sana invidia e, inevitabili, mi sono venuti alla mente tutti i progetti e i sogni che ci scambiavamo da ragazzine e ho cercato di pensare a quanti di quei progetti e di quei sogni sono riuscita a realizzare. Inutile dirti che il risultato è stata una tristezza così profonda, così totale e avvolgente che ho avuto paura di non riuscire più a vivere. Ma è stato utile toccare il fondo.

Mi chiedi di Vincenzo. Vincenzo è sempre più un enigma, soprattutto da quando è capitata quella disgrazia di cui ti avevo già parlato. Sai, non riesco a togliermi dalla testa la sua faccia la sera che è tornato a casa dopo che quell’uomo si è buttato da un palazzo davanti ai suoi occhi. La sua faccia, quando ha aperto la porta, sembrava svuotata di ogni emozione, come se gli avessero succhiato la linfa vitale e aspirato il cervello. Era come guardare un paesaggio immerso nella nebbia: vuoto e desolato.

«Si è buttato» mi ha detto e io, in un primo momento, non capivo di cosa stesse parlando. «Non ha nemmeno urlato» ha aggiunto così ho capito che stava parlando di una persona e ho cominciato a chiedergli chi, chi si fosse buttato. E mentre me lo raccontava la faccia continuava a restare priva di espressione. Si limitava a muovere le labbra, a emettere dei suoni, ma pareva che le emozioni le avesse congelate. E, sai una cosa, in quel preciso istante, ho sentito di detestarlo con tutta me stessa, perché quella mancanza di calore umano, di emozione, di commozione è quello che lo caratterizza da tutta la vita. Dirai, è lo stato lo shock. E io ti rispondo di no. In un primo momento, senz’altro, ma poi è tornato a essere quello di sempre, solo ancora più chiuso, distante, come se ciò che era accaduto quella sera gli avesse fatto capire in modo definitivo che non vale la pena prendersela troppo per la vita, agitarsi, arrabattarsi.

Vincenzo non è mai stato un “audace” ma dopo quell’episodio è come se si fosse arreso del tutto. Non gli importa dei suoi figli, di me, di sua madre, credo non gli importi neanche del cane che aveva voluto prendessimo a tutti i costi. Il fatto è che non gli importa niente di sé, si lascia vivere, trasportare; ha delegato a me l’andamento della casa, l’educazione dei figli, la cura dei suoi genitori. Non credo gl’importi molto nemmeno del suo lavoro, anche se in quel campo non c’è niente da ridire: lavora, guadagna, non spende.

Lo so cosa stai pensando e so come commenteresti se fossi qui: «Te l’avevo detto». Lo so, me lo avevi detto, ma io ne ero innamorata allora. Ero innamorata del suo riservo, del suo cauto modo di amarmi. Provenivo da una famiglia in cui tutti aggredivano tutti, lo sai, persino per amore. In casa nostra tutto veniva vissuto come se non ci fosse domani, come se le passioni dovessero essere consumate all’istante e anch’io mi sentivo consumata. Incontrare Vincenzo, restare vicino a lui sempre così calmo, così riflessivo, mi aveva fatto sentire nuova, diversa. Tranquilla. Mi pareva che il suo modo di fare, sempre così distaccato, fosse segno di autocontrollo. E, allora, ne avevo bisogno. Non mi ci è voluto molto per capire che non si trattava di autocontrollo, ma di aridità. Vincenzo non aveva passioni da controllare. Aveva un vuoto da gestire, un vuoto che né io, né i suoi figli, né i suoi genitori, nemmeno il suo cane, siamo riusciti a colmare.

Sai quando ho realizzato tutto questo? Un pomeriggio al mare, dai miei. Eravamo sposati da tre mesi e io avevo appena finito di fare una delle solite litigate folli con mia madre, non ricordo il motivo e sono sicura che fosse banale, come succedeva sempre. Non so cosa mi prese, forse la stanchezza, lo stress, le mestruazioni, non lo so, fatto sta che mi venne una vera e propria crisi inarrestabile di pianto. Andai in camera da Vincenzo. Volevo essere coccolata, calmata, baciata, insomma volevo le solite cose che una donna in preda a una crisi di disperazione desidera dal proprio marito. Marito da tre mesi, tengo a risottolineare. Era sdraiato sul letto e leggeva. Mi guardò per almeno un minuto, senza muovere un muscolo. Sembrava imbarazzato. Era imbarazzato. Disse: «Calmati». Nient’altro. Io piangevo come una fontana, singhiozzavo al punto che facevo fatica a respirare e lui disse solo «Calmati». Lo disse come se stesse dicendo: «Piove».

Smisi di colpo e lo fissai esterrefatta. Ricordo che pensai: “Cristo, ma è di ghiaccio”. Me lo ricordo bene perché non pensavo mai parole del genere (sai, anni e anni di educazione religiosa fanno il loro effetto).

Non parlai mai di questo episodio, ma mi restò impresso, come la cicatrice dopo che ti hanno fatto la vaccinazione.

Ricevere la tua cartolina da Il Cairo con le sue poche righe e realizzare che dovevo fare qualcosa per la mia vita, è stato tutt’uno. Devo dire che anche la morte orribile di quell’uomo che si è ucciso davanti a Vincenzo ha agito sulla mia mente come una bomba. Più di una volta mi sono chiesta a che punto di disperazione dovesse essere arrivato quell’uomo per scegliere una morte tanto atroce. E, un pomeriggio, una settimana prima dell’arrivo della tua cartolina, ho capito: doveva essere arrivato al punto in cui ero arrivata io, con il pensiero di non avere più uno scopo nell’alzarsi la mattina dal letto. I figli sono grandi e non hanno più bisogno di te (non è proprio così, ma è così che ho sentito in quel momento); tuo marito non ha più bisogno di te; i tuoi genitori sono troppo anziani per poter buttare loro addosso pensieri così cupi. Questo pensavo. L’unico ad aver bisogno di me era Ettore, il cane.

Quando una settimana dopo ho letto le tue righe, non credo di averci riflettuto più di cinque minuti: ho fatto le valige, ho preso i miei due figli (che, sì, hanno ancora bisogno di me. Per ora, almeno), ho messo il guinzaglio a Ettore e ci siamo trasferiti in un residence.
Ora siamo in un appartamento in affitto. Per adesso, va bene così.
E, ci credi? Vincenzo non mi ha nemmeno cercata. L’ho chiamato io per dirgli dove eravamo e cosa avevo intenzione di fare e non fare. Lui non ha commentato, ha solo detto: «Capisco».
Così, cara Gianna, ho lasciato lui e il suo vuoto e, adesso, sto imparando a riempire il mio. Non è facile e non è indolore, ma è qualcosa
Ci sono scelte che non possono essere rimandate, che è necessario fare per poter continuare a vivere rispettando se stessi. Questo ho capito.

Aspetto tue notizie.
Scrivimi presto al nuovo indirizzo.

Ti abbraccio, Antonia

©Barbara Garlaschelli, Frassinelli, 1997

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