Antinoo di Viviana Gabrini

Prima ancora del dolore, fu lo stupore: quel colpo violento e improvviso alla tempia la sorprese e solo dopo il secondo pugno sulla nuca si rese conto dei lampi di dolore che le stavano attraversando la testa.
La caduta sul pavimento le parve rallentata. Il suo corpo esile produsse un rumore sordo e breve.
Il calcio sul viso, quello sì che le fece male e le strappò un grido, subito soffocato da un fazzoletto cacciato a forza in bocca.
Chiuse gli occhi e li riaprì solo quando si accorse che qualcosa di tiepido le stava bagnando la guancia. Sangue. Sul pavimento si stava formando una chiazza densa e scura.
Con uno sforzo che le costava fatica, spostò la testa quel tanto da riuscire a vederlo mentre apriva i cassetti e ne vuotava il contenuto sul letto.
Da una vecchia scatola di lacca cinese, vide quelle mani che conosceva così bene tirar fuori i pochi ori che erano stati della sua famiglia: l’orologio del padre, la collana di perle della madre, una manciata di ninnoli senza troppo valore.
Che stupida sono stata – pensò – come ho potuto essere così stupida?”, senza riuscire a smettere di guardarlo. E di desiderarlo.
La prima volta che si erano incontrati ne aveva colto al volo l’incredibile somiglianza con Antinoo, il giovane e bellissimo amante dell’imperatore Adriano, almeno così come viene tramandato dagli artisti di corte da duemila anni a questa parte.
Sedeva in ultima fila, da solo. Era nuovo in città e non conosceva nessuno.
Non era tipo da passare inosservato: alto, sottile, la testa di capelli ricci che si allungavano sul collo, i lineamenti perfetti. Duro, scontroso, si teneva a distanza dai compagni e non legava con nessuno.
Con nessuno tranne che con lei, la sua insegnante di lettere.
Ribelle e insofferente a qualsiasi regola, nel giro di pochi mesi il ragazzo aveva collezionato pessimi voti e richiami in tutte le materie, comprese le sue.
Ma se per i colleghi era una causa persa, per lei era solo un’anima fragile da redimere.
Così, un pomeriggio di gennaio, dopo avergli dato l’ennesima insufficienza, gli aveva chiesto di presentarsi nella sala insegnanti alla fine delle lezioni.
Mentre la scuola si svuotava al suono dell’ultima campanella, aveva cercato di spiegargli che se avesse continuato così avrebbe rimediato una bocciatura e avrebbe perso un altro anno.
Le capacità non gli mancavano, l’intelligenza nemmeno, quindi perché non metterle a frutto?
Lui la aveva ascoltata, senza perdere nemmeno per un secondo l’arroganza nello sguardo e quel sorrisetto che la metteva a disagio.
Dopo, i ricordi erano confusi. Fotogrammi sparsi nel cassetto della memoria.
Lui in piedi dietro di lei. Lui che si china a rubarle un bacio. Le sue mani invadenti che le sollevano la gonna e le tastano le carni magre.
La prima volta che avevano fatto l’amore lei era scoppiata a piangere, sopraffatta dall’emozione, dal dolore e dalla vergogna.
Lui l’aveva obbligata a guardare i loro corpi nudi riflessi nello specchio: a dividerli c’erano quarant’anni di vita, di sogni inespressi, di fantasie negate, di emozioni soffocate.
Membra giovani in cui la vita fluiva impetuosa contro ossa gracili e carnagione di cenere.
Poi erano iniziate le richieste di denaro. I “prestiti”, come preferiva chiamarli lui.
E lei aveva iniziato a staccare assegni sempre più consistenti, incapace di difendersi con un semplice no.
Fino a quel pomeriggio, in cui in un no era precipitata tutta la sua vita.
Lo vide sollevarsi, scuotersi i riccioli dalla fronte e abbandonare la stanza senza nemmeno voltarsi per regalarle l’ultimo sguardo.
Voglio solo dormire un po’, si disse lei, prima di chiudere gli occhi.

Quando rinvenne non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, ore, giorni o minuti.
Attorno a lei un gran vociare e mani sconosciute che toccavano il suo corpo esangue.
Si sentiva stanca e avrebbe solo voluto dormire a lungo.
«Dobbiamo intubarla» disse una voce sopra di lei.
«Aspettate, ha riaperto gli occhi, voglio parlarle.»
«Un minuto, non di più.»
Quando riuscì a mettere a fuoco la figura maschile che le era accanto, si accorse che indossava un’uniforme.
«Signora mi sente? Capisce quello che le sto dicendo? Stia calma, la porteranno in ospedale. Mi dica solo se conosce chi l’ha aggredita. Sa dirmi il nome del suo aggressore?»
Le parole dell’uomo le arrivavano da lontano, come se si fosse trovato in un’altra stanza.
Era così stanca. Perché non la lasciavano dormire in pace?
«Signora, mi basta un nome.»
Forse, pensò la donna, se gli avesse risposto, l’avrebbero lasciata riposare.
Così radunò le forze che le rimanevano e con la bocca disegnò un “no” privo di voce.
«Sicura? Non sa chi l’ha aggredita?»
Di nuovo le labbra si disposero a cerchio.
No.
Poi chiuse gli occhi, sfinita.

©Viviana Gabrini, 2020

Dal 5 marzo sarà disponibile online e nelle librerie la nuova raccolta di racconti di Viviana Gabrini “Peccato che sia un vizio”, Prospero Editore.

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