Angeli col cacciavite di Adele Marini

 

Quel mattino nell’aula della terza B, scuola media Vittorio Montinari, regnava più irrequietezza del solito. Alunni e alunne parlottavano e si scambiavano freneticamente messaggi. L’insegnante di matematica, entrando in classe con la faccia scura, aveva preannunciato una visita del preside poi, senza una parola, era uscito.
Tutti sapevano perché. La settimana precedente aveva trovato la sua auto sfregiata. Era la terza volta in meno di un mese, ma quel pomeriggio i ragazzi erano andati giù pesanti: incisioni su tutta la fiancata e due gomme bucate. E non c’erano dubbi sugli autori del gesto perché erano stati visti dal bidello il quale però non aveva potuto identificarli.
All’insaputa dei ragazzi era stata aperta una piccola inchiesta.
«È certo, signor Guerrino, che i vandali fossero nostri alunni?»
«Sissignore, signor Preside! La macchina del professore era parcheggiata nel cortile, giù in fondo. Una Twingo blu. Erano in tre. Due ragazzi e una ragazza. Avevano quei berretti con la visiera abbassata… nascondevano la faccia e non si sono mai voltati.»
«Ma erano proprio alunni della terza B? Come fa a esserne sicuro se non li ha visti in faccia?»
«Lo so perché è successo venerdì, durante l’intervallo. I due maschi erano in tuta. Chi filmava aveva i jeans. Al venerdì solo i maschi della terza B scendono in palestra dopo l’intervallo.»
«Complimenti, Sherlock Holmes!»
E così l’intera scolaresca si era ritrovata nei guai a meno di un mese dagli esami. La bravata era stata filmata e postata su Youtube dove aveva avuto decine e decine di like e di condivisioni.
Il video, della durata di un minuto e mezzo, mostrava chiaramente due ragazzi in tuta, di spalle, armati ciascuno di un cacciavite che veniva esibito con fierezza alla telecamera. Si davano da fare non solo sulle gomme anteriore e posteriore sinistra, ma anche lungo la fiancata. Era evidente che volevano si vedesse quello che stavano facendo. Il prof avrebbe voluto denunciare il fatto alla polizia postale, ma il preside gli aveva chiesto di aspettare. Desiderava parlare con i ragazzi. La scuola doveva educare, non reprimere.
In sala professori c’era stata maretta. I docenti si erano divisi in due fazioni: i giustizialisti pretendevano di mettere alle strette l’intera scolaresca minacciando sospensioni per ottenere i nomi dei responsabili, mentre i garantisti avevano proposto una colletta per risarcire il danno, poi una ramanzina a tutta la classe e stop.
Era prevalsa la fazione dei garantisti.
Quel mattino il dirigente scolastico, accompagnato da una rappresentate dei genitori, entrò in classe pochi minuti dopo l’inizio della lezione.
«Buongiorno ragazzi. Immagino che sappiate tutti perché la signora rappresentante e io siamo qui …»
Diciotto paia di occhi si sollevarono. Il preside li scrutò in silenzio per qualche istante per cogliere qualche segno che indicasse timore e pentimento. Ma non lesse nulla in quegli guardi freddi e indifferenti. Solo noia.
«Siamo qui per parlarvi di un fatto molto grave…»
Un fatto che evidentemente non interessava a nessuno perché gli sguardi furono subito distolti mentre sotto i banchi iniziò l’attività frenetica dei cellulari.
Verso la fine della ramanzina si vide una mano sollevarsi. Il viso del preside si illuminò.
«Tu vuoi dirci qualcosa?»
«Sì. Devo andare al gabinetto. Posso uscire?»
Risatine, bisbigli! Il preside, di colpo cambiò registro.
«Bene, facciamo così: lo so che tra di voi c’è più omertà che nella mafia, ma se non scopro i responsabili entro due giorni, niente gita scolastica a Siracusa. I soldi già raccolti serviranno per risarcire il professore. Se non basteranno, i vostri genitori dovranno mettere la differenza.»
Di colpo furono tutti attentissimi. Sulle facce si lessero indignazione e sgomento. Ma la severità del preside non andò lontano. I genitori insorsero. Si riunirono in comitato e indissero un’assemblea nel corso della quale i più scalmanati proposero di denunciare all’autorità giudiziaria quello che per loro era un abuso bello e buono.
«Come si permette il preside di lanciare accuse e punire tutti senza prove?»
«Vandalismo, omertà… ma dove siamo?»
«E chi mi dice che l’auto è stata danneggiata dentro il cortile? Non sarà per caso che era già sfregiata e il prof vuole i soldi da noi?»
«Veramente se ha parcheggiato qui vuol dire che era arrivato con le gomme a posto …»
«E lei ci crede che erano a posto? Maddai!»
«Ieri sera ho parlato col nostro avvocato… È il fratello di mia cognata e ci costerebbe poco o niente. Uno bravo, eh! Mi ha detto che ci sarebbero i presupposti per una bella querela con richiesta di risarcimento danni. Hanno infamato i ragazzi! Altro che risarcimento…»
«Mia figlia è sconvolta. Non dorme più!»
«Anche mio figlio. Da quando il preside li ha accusati non mangia più, povera creatura!»
«Sì, sì, una bella denuncia. Ditemi dove devo firmare.»
«Ma di quel Guerrino che li ha denunciati, si sa niente?»
«È il bidello. Un povero disgraziato! È stato messo lì da una cooperativa sociale. Chissà poi cosa ha visto!»
«Deve solo venirmi a tiro, quel cornuto, che gli spacco la faccia, gli spacco!»
«Calma, Guerrino è una brava persona. Adesso non esageriamo!»
«Sarà lei a esagerare, signora. Se ha visto i tre ragazzi vuol dire che li guarda. E chi mi dice che non sta a spiare anche le bambine dentro allo spogliatoio della palestra? O dentro ai gabinetti? Ecco in che mani sono i nostri figli!»
«Pervertito! Io conosco una persona che come minimo può fargli perdere il posto.»
«Io invece ci faccio perdere i connotati, a quello schifoso!»
I genitori inviarono una delegazione dal preside per chiedere “chiarimenti” e, già che c’erano, pretesero che fosse licenziato il bidello.
«Guerrino lavora qui da molti anni. Gli manca poco per la pensione e ha la moglie disabile …»
«Ma se salta fuori che tocca le femmine poi ne risponde lei?»
«Mi perdoni, ma come fa a dire una cosa così grave? Si rende conto?»
«Intanto lei avverta chi di dovere. E lasci stare i nostri figli, che chissà quello cosa stava guardando …»
«Guardi che c’è il video. Per favore, calmiamoci tutti e ragioniamo.»
Non ci fu verso. Il comitato dei genitori pretese che fosse messo a verbale che il bidello doveva essere sostituito per gravi sospetti di pedofilia. Che la gita a Siracusa di tre giorni si dovesse fare e che non si parlasse più di punizioni. Avrebbe voluto anche la sospensione del professore di matematica ma qualcuno fece osservare che a meno di un mese dagli esami ne avrebbe risentito la preparazione dei ragazzi.
I tre vandali la fecero franca.
Mancavano tre giorni agli esami quando il Tg3 Lombardia dette la notizia.
Grave atto di bullismo ai danni di un alunno disabile in una scuola media milanese. Scongiurata per un soffio la tragedia grazie all’intervento del bidello.”
Notizia prontamente ripresa dai quotidiani.
Due alunni di una scuola media milanese sono stati fermati appena in tempo dal bidello mentre stavano spingendo giù dalla rampa di scale Marco M., paraplegico, che ha riportato lesioni lievi. L’episodio, filmato dalla “fidanzatina” di uno dei due, era destinato a finire sui social. Questo pare sia stato l’ennesimo episodio di bullismo ai danno di Marco, fatto oggetto di vessazioni, minacce e violenze quasi quotidiane dall’inizio dell’anno…”
«Sono ragazzate!» ha minimizzato ai nostri microfoni il portavoce del Comitato dei genitori. «Tutti siamo stati giovani. La scuola dovrebbe formare nostri figli. Non denunciarli. A Marco tutti noi vogliamo bene!»
Intervistato, il preside ci ha rilasciato una breve dichiarazione.
«I tre alunni vivono i contesti famigliari tranquilli. I genitori di Marco M. non intendono sporgere alcuna denuncia. Seguiamo il loro esempio e facciamo calare il sipario su quella che, a mia avviso, rimane un ragazzata.»
Agli esami Marco M. non si presentò. La tragedia era stata scongiurata ma la carrozzina si era ribaltata e lui aveva battuto la testa. I suoi genitori avevano deciso di ritiralo dalla scuola.
Il bidello fu licenziato a causa dei sospetti infamanti ripresi dai media.
Gli alunni della terza B. andarono in gita scolastica, si divertirono molto e all’esame furono tutti promossi.

@Adele Marini, 2019

Adele Marini vive e lavora a Milano. Giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria, ha lavorato per importanti settimanali nazionali e collaborato con diversi quotidiani.

Opere

Il suo primo romanzo, Il Consulente (Mario Modica editore, 1994), che ha per argomento l’infiltrazione di Cosa nostra nell’imprenditoria del Nord e il riciclaggio, trae spunti dall’ordinanza-sentenza del maxiprocesso di Palermo e ha aperto la strada per quel genere letterario fra attualità e invenzione letteraria che gli anglosassoni chiamano nonfiction novel. Strada che, in seguito, l’autrice ha proseguito con la trilogia “mafiosa”: Milano solo andata (2005), con cui ha vinto il “Premio Azzeccagarbugli 2006”, imperniato su Cosa nostra; con Naviglio blues (2008), argomento mafie straniere e criminalità politica, entrambi pubblicati in Germania da Random House-Goldmann,A Milano si muore così (2013), dedicato alla ‘ndrangheta, ai suoi riti e all’infiltrazione nell’imprenditoria del Nord, soprattutto quella edile impegnata nei lavori per Expo. Anche quest’ultimo lavoro, pubblicato dalla Frilli editori, ha ottenuto il Premio Azzeccagarbugli 2014. Poi Io non ci sto (Feltrinelli), dedicato ai servizi segreti e alle loro responsabilità nelle bombe dell’annus horribilis 1993-1994 e, infine L’altra faccia di Milano (Frilli 2016) scritto con l’agente del SISMI (oggi AISE) dal nome in codice Gheppio.

Della stessa autrice, i racconti Alle signore piace il nero (Sperling & Kupfer, L’ultimo scatto (Cordero) e Delitti d’Estate (Novecento Editore). In eBook, con l’editrice Milanonera, ha pubblicato due saggi: I fondamentali della scrittura d’indagine (2010) e Arriva la scientifica (2011) ai quali hanno già attinto diversi studenti per le tesi.

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