Alluvione di Daniela Scudieri

Partendo dalla suggestione del film Rashomon di Akira Kurosawa abbiamo preso una fotografia scattata da Viviana Gabrini e alcuni  Sviaggiatori hanno raccontato una storia interpretando l’immagine a modo proprio.

Il risultato è sorprendente. Perché ogni cosa è vista con i propri occhi e ciascuno di noi ha una sua narrazione della vita e di ciò che vede, anche se l’immagine è la stessa.

***

Piove, e ogni volta che piove torna quel mattino nero nero, con la luce accesa in cucina e lo scroscio torrenziale della pioggi contro i vetri, quando papà agguantò l’impermeabile e uscì per andare in ufficio sbattendo la porta – la mamma doveva averne combinata una delle sue, tipo lasciar scappare il caffè sul fornello; la strada era diventata un torrente, perciò addio scuola e presto il mattino diventò pomeriggio, sempre nero, sempre scrosciante. «Un fiume» disse lei, naso contro il vetro; chissà se ci nuotavano i pesci, bei lampi di colore nell’acqua buia.

Papà non rincasò per il pranzo, lo scroscio diventò un rombo. «Zitta Claudia» disse secca la mamma anche se non avevo fiatato; e si accese una sigaretta. Così arriva subito, pensai vedendo già la porta spalancarsi a tradimento, la mamma colta in flagrante.

Un finimondo. Sulla porta ci stava la vicina con le mani nei capelli. «Un fiume di fango», disse, allagamenti, crolli, uomini messi in salvo sui tetti. Finimondo – parola nuova, rotonda, un mappamondo che girava insieme al disco del telefono, scatto lungo breve lungo lunghissimo breve: centralino dell’ufficio di papà. «Sono saltate le linee».

Fu il giorno del mistero, quello. Il viso della mamma di colpo invecchiato e pieno d’angoscia sebbene, finché papà non tornava, non potessero esserci ordini né porte sbattute. Forse era triste perché anche lei, come me, doveva rinunciare al sogno di uscire tutti e tre insieme per mano, io con gli stivaletti di gomma che mi facevano belli i giorni di pioggia, con l’ombrello aperto sotto l’acqua scrosciante dai tetti, scopata giù dai balconi, svuotata con i catini da tutte le finestre.

«Arriva!» In silenzio guardammo il fiume della strada arrivare quasi a lambire il balcone.

Quando incontrai gli occhi di mamma, andò via la luce e la casa sembrò sprofondare indietro di secoli. Dalla strada buia salì un odore di palude, salirono alti richiami nel boato della pioggia e la sua voce, appena un soffio, disse «aspettiamo».

©Daniela Scudieri, 2019

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