Abilismo e sessismo a confronto: riflessioni di una donna disabile

Abilismo e sessismo a confronto: riflessioni di una donna disabile
di Elena Paolini

Sono una donna e sono disabile. Vengo discriminata per entrambe le cose, eppure la discriminazione per il fatto che sono disabile è più forte, e a volte oscura la discriminazione per il fatto che sono donna.
Disclaimer: non voglio fare la gerarchia delle oppressioni. Voglio dire soltanto che essendo una donna disabile vedo che sulla discriminazione legata all’essere donna prevale quella per l’essere disabile. Per capirci, mi sento molto più simile a un uomo disabile che a una donna abile in quanto a esperienza di oppressioni.
Non subisco il catcalling; ma le persone per strada mi fissano, gli sconosciuti a volte mi fermano, mi fanno carezze o mi dicono che pregheranno per me, e mi è anche capitato che mi scattassero delle foto.
Nessuno vuole decidere del mio apparato riproduttivo; qualcuno pensa che il mio apparato riproduttivo non esista.
La cultura non insegna che sono un oggetto sessuale; però insegna che sono qualcuno (qualcosa?) per cui avere pena.
La mia opinione non viene considerata né dai pro-choice né dai pro-life; la mia vita viene solo usata in vari modi in argomentazioni eugenetiche, per dire che la vita di una persona disabile non ha valore, o per dire che avere un figlio disabile richiede un amore extra e ti rende bravo.
Secondo le statistiche le donne disabili subiscono più violenza domestica, violenza psicologica e abusi sessuali rispetto alle donne non disabili.
Se una donna viene ammazzata dal suo ex, l’assassino verrà scusato dicendo che la rottura del rapporto ha causato un raptus di gelosia oppure l’opinione pubblica parlerà apertamente di femminicidio?
E se la persona uccisa è disabile e l’assassino è il suo caregiver? Tra quanto si inizierà a parlare di crimine d’odio legato alla disabilità, senza giustificare l’assassino sulla base di un presunto “troppo amore per lasciarla vivere” e di un presunto “fardello troppo pesante”?
Posso trovare gli strumenti per scappare da una relazione abusiva; ma il centro antiviolenza avrà le scale? E se la persona da cui subisco abusi è la sola persona che mi assiste?
Il fatto è che, in pratica, le persone disabili si “meritano” la violenza solo per il fatto di esistere nei loro corpi: non c’è neanche bisogno della scusa che l’hanno “provocata” con un certo comportamento definito sbagliato, scusa che si usa per giustificare i femminicidi.
La “violenza ostetrica” subita dalle donne è solo la punta dell’iceberg di un sistema ospedaliero abilista, legato al risparmio del tempo e al profitto. L’abuso di potere di molti medici è un fenomeno ricorrente, che non si limita certo al momento del parto.
Le donne sono meno prese sul serio, e questo porta a una peggiore assistenza medica: il dolore cronico delle donne, ad esempio, viene più spesso minimizzato rispetto a quello degli uomini. Tutto questo viene esacerbato se il paziente è disabile. Le persone disabili, inoltre, vedono il personale medico rivolgersi di routine al loro accompagnatore non disabile, valutando zero l’opinione del diretto interessato.
Le donne ribelli non vengono più rinchiuse in manicomio (come durante il fascismo) con il pretesto della pazzia; le case di cura per le persone disabili esistono e proliferano.
Grazie ad altre donne ho conquistato il diritto di voto; ma la mancanza di fondi per l’assistenza vuol dire che il fatto che io mi alzi la mattina è considerato privo di qualsiasi valore.
In quanto donna, ho conquistato faticosamente di fare quasi quel cavolo che mi pare della mia vita: posso studiare quello che voglio senza troppi problemi; ma in quanto disabile, la piena partecipazione allo spazio pubblico mi è preclusa e non posso entrare nella maggior parte dei negozi e dei locali perché ci sono gli scalini.
Troverò ostacoli alla mia carriera dovuti al sessismo? Ma soprattutto, dovrei citare sul curriculum i lavori legati all’attivismo per la disabilità, o rendendo di fatto noto che sono disabile mi scarteranno a priori? E l’ascensore nel luogo del colloquio ci sarà?
Non mi chiedo se incontrerò qualche persona nuova sessista oggi. Mi chiedo se oggi troverò estranei senza pregiudizi legati al fatto che sono disabile.
“Tro*a” e “pu**ana” sono insulti comuni. Ma “handicappato” e “Down” sono usati con molta più leggerezza e in contesti familiari, in modo quasi bonario.
Con le spese extra legate alla disabilità in un mondo non accessibile potrei scriverci un libro intero. Altro che la tampon tax!
Le scuole separate di maschi e femmine sono considerate strane e antiquate; perché le scuole speciali per studenti disabili vengono normalizzate?
Nei media la rappresentazione delle donne è spesso stereotipata, ci sono pochi personaggi role model e a tutto tondo, e le donne parlano molto meno delle loro controparti maschili; i personaggi disabili li vai a cercare col lanternino, e anche allora troverai personaggi che esistono solo in funzione della trama, di solito gente che alla fine della storia muore, passiva e scontenta oppure il cui ruolo è quello di ispirare con il loro presunto coraggio le persone non disabili a “non arrendersi”.
Parecchi ormai sanno cos’è il sessismo, pochi sanno cos’è l’abilismo.

EDIT:

Riguardo alla frase “Nessuno vuole decidere del mio apparato riproduttivo; qualcuno pensa che il mio apparato riproduttivo non esista”:
Era un riferimento a certi ambienti femministi in cui ancora la disabilità non viene inclusa nell’approccio intersezionale, tanto che ad esempio nei discorsi sui diritti riproduttivi le persone disabili spesso non sono contemplate: si dà per scontato che non abbiano figli, le apparecchiature per gli esami ginecologici e per la mammografia spesso non sono accessibili, non si parla del fatto che i genitori disabili quando non hanno abbastanza assistenza devono fare sacrifici affinché i bisogni dei propri figli siano soddisfatti, eccetera.
Ma la frase in realtà è un po’ imprecisa: la situazione a livello più generale è ancora più preoccupante.
C’è chi ha voluto e vuole decidere eccome sui corpi delle persone disabili. Ci sono state campagne di sterilizzazione forzata in vari paesi, ci sono casi di isterectomie involontarie ancora oggi, esiste l’Ashley Treatment (rimozione dei caratteri sessuali delle persone disabili per arrestare la crescita e rendere più facile il lavoro dei caregiver). Insomma, ci sono varie tendenze eugenetiche: in questo caso in pratica qualcuno vuole decidere sul nostro apparato riproduttivo nel senso che vorrebbe che non esistesse.

Elena Paolini è nata nel 1995 e fa formazione sull’abilismo in prospettiva femminista in scuole, università, associazioni o contesti professionali.
Insieme alla sorella Maria Chiara scrive di disabilità e giustizia sociale sul blog e sulla pagina Facebook Witty Wheels (wittywheels.blogspot.com). Quando non scrive su Witty Wheels, pensa a cosa scrivere su Witty Wheels. Di notte. Alle 2.
Ha frequentato vari corsi di pratica cinematografica per poi studiare diritti umani all’LSE.

Link: wittywheels.blogspot.com

Elena Paolini

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