5 + 5 [La vita finora, Raul Montanari] di Antonella Zanca

Cinque punti che dicono qualcosa sul libro e cinque frasi che risvegliano ricordi e nuove storie.

Da La vita finora di Raul Montanari

1.

Gli altri e noi, un viaggio parallelo che inseguiamo per tutto il libro: i sentimenti, le paure, l’angoscia e la speranza sono vere, sempre, e si toccano, ci toccano.

2.

Il lettore vorrebbe respirare e confronta a ogni pagina la propria inquietudine con quella dei personaggi, tutti inquieti in modo diverso.

3.

Si racconta di cattiveria e di ignoranza travestita da furbizia, di persone perfette nelle loro imperfezioni; sono coloro che incontriamo ogni giorno, convinti di avere un microcosmo unico, dimenticando che ogni vita ha la sua universalità. Scopriamo pezzi di altri e pezzi di noi, rivediamo e riconosciamo anche chi ha fatto dello studio delle debolezze altrui la propria forza.

4.

L’ambiente è luogo reale, ognuno di noi lo identifica, rivede gita tra le valli di regioni che credevamo solo nostre e invece sono universali, come le forre, le strade che finiscono dove inizia la montagna, la luce che illumina un versante e lascia oscuro l’altro, il paese che vive tra passato e presente. Lì si consumano vite normali con tutti i su e giù delle loro stranezze.

5.

Storie dove il respiro ce lo regala l’ironia, la voglia di sorridere di ignoranza e debolezza che si trasformano in episodi grotteschi, che ci insinuano il dubbio che qualche volta anche le nostre vite abbiano riflesso quei punti deboli. Ridiamo, quindi, e recuperiamo energia e aria per raggiungere il finale.

 

Frasi che mi riportano ad altre storie, ad altri mondi:

1.

La prima cosa che si vede è il campanile (pag. 72) – Ricordi del 1976: una piccola frazione in una valle e una casa che mi ospitava proprio sotto il campanile, le campane a suonare ogni quarto d’ora. La stanza era tutta bianca, un letto di legno scuro e un armadio, una sedia impagliata e un piccolo tavolo, rotondo, intarsi d’epoca a disegnarne il piano. Appena sveglia (era inverno) aprivo le persiane, godevo della luce e mi infilavo di corsa sotto lenzuola candide e ruvide: restavo per un po’ lì a leggere, un regalo prima di cominciare la giornata di studio. Il mio dono era scandito dalle campane. Un suono che mi riporta sempre lì.

2.

Per un attimo mi fece quasi tenerezza (pag. 96) – La tenerezza entra nella mia vita in modo costante, ma solo se le lascio la porta aperta – La tenerezza è un istante, il sorriso di mio padre e lui che sillaba “com’è bella la mamma” con le dita che gesticolano frenetiche a mostrarmi l’ok orgoglioso di un uomo felice.

3.

È d’estate che un ragazzo compie gli anni e passa dai tredici ai quattordici o dai quindici ai sedici – (pag. 147) Crescere, negli anni Settanta, era passare l’estate lontano da Milano. Era potersi permettere di uscire la sera, benché sotto stretto controllo dei nonni. Avevo un nonno ligio al dovere, prendeva il suo ruolo di controllore come un ferroviere svizzero. La sera che all’oratorio c’era il film, io dovevo rientrare alle dieci e mi perdevo tutti i finali. Sempre. A niente valevano suppliche e proteste. Lui, in piedi sulla soglia di casa, guardava l’orologio e poi guardava me. A malapena mi abbuonava cinque minuti. Ma la libertà di essere sola, dalle otto alle dieci di sera, restava comunque sentiero di crescita al quale mai avrei rinunciato.

4.

Meglio avere un amico intelligente ma cattivo o un amico buono ma stupido? – (pag. 181) Mi viene in mente l’amico che sbaglia i congiuntivi, che vive lontano dalla cultura, che guarda alle arti e alla scrittura con un senso di noia. L’amico che ama la musica ma tutto il resto è nulla. Eppure, le sue doti sono uniche e il suo essere anche un po’ stupidotto non cancella la sua capacità di ascoltare, di vedere dentro le mie difficoltà. E allora, quando si definisce una persona “stupida”? Chi sono i veri stupidi? Non tu, amico mio.

5.

Finché sei vivo non c’è una vera fine, soltanto inizi. – (pag. 298). Ripenso a un lontano anno difficile in cui mi licenziarono e tutto era buio e voltai pagina, una notte: aprirò un negozio di cornici! Girai per luoghi sconosciuti rispondendo ad annunci e cercando lo spazio ideale. Non mi dedicai alle cornici ma conobbi tanta gente e occupai il mio tempo: riuscii a non impazzire d’inedia. Trovai un altro lavoro e ricominciai il mio nuovo inizio.

 

Raul Montanari ha pubblicato quindici romanzi (La perfezione (Feltrinelli, 1994, premio Linea D’Ombra), Sei tu l’assassino (Marcos y Marcos, 1997), Dio ti sta sognando (Marcos y Marcos 1998, riedito con alcuni racconti in E poi la notte, Giallo Mondadori, luglio 2010), e, per Baldini & Castoldi, Che cosa hai fatto (2001), Il buio divora la strada (2002), Chiudi gli occhi (2004), La verità bugiarda (2005), L’esistenza di dio (2006), La prima notte (2008), Strane cose, domani (2009, premio Strega Giovani, premio Bari e premio Siderno 2010), L’esordiente (2011), Il tempo dell’innocenza (2012). Nel 2015 è uscito per Einaudi SL Il regno degli amici (Premio Vigevano 2015). Di nuovo per Baldini & Castoldi, nel 2017, Sempre più vicino e nel 2018 La vita finora) e oltre un centinaio di racconti.

Grande il suo lavoro di traduttore (Sofocle, Seneca, Poe, Stevenson, Oscar Wilde, Borges, Styron, Greene, Philip Roth, Cormac McCarthy).

Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 un corso di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Gira l’Italia tenendo conferenze e reading. Dal 2008 dirige il festival letterario Presente Prossimo.

Nel 2012 ha ricevuto l’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. È lo scrittore più giovane nella storia del premio.

 

 

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  • Vedo che ci sei. Dentro quelle nuvole. Dentro le parole che scrivi. Vedo che ci sei. Come quel giorno quando dal buio ascoltavi la mia voce. E anche adesso che sei lontano vedo che ci sei.
(A.G.)
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  • perché a volte ci si stanca sai tutte queste parole questo spreco questo voler esserci e dire e non ascoltare e mostrare senza vedere e parlare senza voce e suoni suoni rumore come sassi che rotolano e questa stanchezza che ti porta via e non è vero che ci si ascolta e ci si rispetta è solo rumore di fondo e cielo nero e battere pugni sul tavolo come bambini vecchi senza più innocenza senza più pudore solo urla e parole urla e parole vanità e piccolezza e sussurri e grida ma che rimbalzano su corpi oscuri e blindati non ci sono mani tese solo occhi chiusi e pugni chiusi e porte chiuse e muri alzati e fuoco e fiamme la paura di essere soli ma senza la voglia di stare insieme e tutta questa stanchezza che ti trascina via verso il basso che è uguale all'alto ma tanto che differenza fa se non mi ascolti se non mi guardi se non sai nemmeno chi sono anche se dici di conoscermi dove pensi di andare senza gambe senza occhi senza mani solo con un passato che pesa e un futuro che non ti accoglie e un presente che se ne lava le mani e tanto chi se ne frega se si muore se si è vivi se il cielo è sopra o sotto se il mare è di plastica e le case di cartone perché a volte ci si stanca di tutto questo fragore che scioglie il silenzio che sbatte le finestre e incastra i sassi sotto le suole delle scarpe e ti fa sentire il dolore sulla pelle nelle ossa dentro il cervello perché è tutto questo correre verso il niente che ci lascia indietro senza amore imbottiti di rabbia e Lexotan vino da poco e sigarette spente perché a volte ci si stanca e vorresti che chi ti ha lasciato fosse qui anche solo per un secondo anche solo per dire aspettami per favore aspettami per favore devo dirti questa parola solo questa ma è la più importante quella che non ti ho detto mai aspettami per favore...
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  • LA FELICITA' SU CARTA 
Succede che delle recensioni siano così belle in sé da essere pura narrazione. 
Tra le più belle parole scritte su "Il cielo non è per tutti" @edizioni_frassinelli .Grazie a @ispagnoli che lo ha amato quanto più non si potrebbe. E a @davide.barilli per la sua attenzione e lo spazio che ha dato a "Il cielo" su @gazzettadiparma.it .
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A volte dovremmo porci questa, di domanda. Non concentrarci tanto sul dove, ma sul come. Leggere il nostro procedere in relazione a quello degli altri. Capire se convenga fermarsi e aspettare, o andare avanti senza voltarsi mai. Pensare al modo di andare, perché tanto si va comunque.
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