Desiderio di Roberta Lepri

Salì le scale di corsa fino a metà della rampa, poi si fermò. Chiuse gli occhi per un lieve capogiro e si appoggiò al corrimano. L’agente immobiliare le chiese se stesse bene. Aprì gli occhi contro il muro giallo. In quel punto aveva giocato con Claudia e Maria Ida, immaginando di essere una famosa ricercatrice che trovava sotto all’intonaco un prezioso affresco. Quel giorno la nonna si era messa le mani nei capelli ed era corsa dal marito: «Le bambine stanno scrostando il muro», aveva detto con voce piagnucolosa. «E come mai?» aveva domandato lui, imperturbabile. «Cercano affreschi di Raffaello». «Lasciale stare, magari li trovano», era stata la sua risposta. E la sera avevano spazzato via insieme dalle scale di pietra serena i calcinacci gialli.

Riprese a salire. L’orcio pieno di canne di fiume posizionato da sempre sul pianerottolo non c’era più e anche la fontana in mezzo al giardinetto era sparita. Un piccolo prezzo da pagare, dopo trenta anni. Non si scompose. L’uomo le fece strada. Il pavimento di graniglia, nel ballatoio che collegava la casa alla stanza in cui il nonno conservava vernici e carta da parati, quello per fortuna era sempre al suo posto. Lanciò tutto intorno un’occhiata che era un abbraccio. Quella era la sua casa. Sua madre e sua zia l’avevano venduta per una specie di svista. È questo che provoca l’avidità, pensò: miopia. Lei però da lì non se n’era mai andata davvero, si era solo messa in attesa, dal giorno del trasloco in cui aveva pianto e tremato e cercato di salvare anche i granelli di polvere. E quel giorno aveva giurato di tornare.

Si accomodò nel tinello. Il caminetto c’era ancora. Ricordò il Natale. Nel naso le entrò il profumo dei frutti di mare che il nonno arrostiva fregandosene del disappunto delle figlie che si precipitavano ad aprire le finestre. «La puzza di pesce non esiste» diceva Renzo. «Il pesce profuma e basta, cretine.»

Al vetro era ancora appesa una delle tende ricamate da Ida, capo operaia alla Tela Umbra subito dopo la guerra. Lei era la femminilità, la pelle profumata, il rigo verde della matita sotto gli occhi verdi, la sigaretta condivisa. Respirò. Toccò il filo di perle che le aveva regalato per il diciottesimo compleanno. «Sono il regalo di fidanzamento che mi ha fatto tuo nonno, spettano a te che sei la prima nipote. Prendile adesso, così sono sicura che almeno queste ti restano.»

Il venditore le stava dando spiegazioni che non le interessavano. Sorrise pensando che avrebbe potuto spiegargli tutto lei e molto meglio: ogni angolo, ogni piccola crepa.
Due scale per salire dal tinello nella sala da pranzo, due da scendere per entrare nel minuscolo antro della cucina. L’odore dell’acqua. Inspirò forte. L’acqua che esce dal rubinetto della casa che ami ha un odore che non somiglia a nessun altro. Indicò una rientranza nel muro. «Anche lì un tempo c’era un caminetto, gli ultimi proprietari purtroppo lo hanno chiuso», ammise il venditore. Lei si immaginò con un martello pneumatico in mano. Si mostrò comprensiva stirando le labbra, enigmatica. Sarebbe tornato anche quello al suo posto.
«E da qui si va nel reparto notte.» Il lungo corridoio, certo. Le tremavano un po’ le gambe. «Faccia pure strada, prego.» La cassapanca di cui i suoi avevano pensato di disfarsi, e che lei aveva salvato e fatto restaurare: sarebbe tornata anche quella al suo posto. Lì sopra la bisnonna Ester le aveva raccontato le storie degli ebrei che scappavano dalla Francia.

E in fondo al corridoio la camera di Enzo e Ida. Comodini con sopra occhiali e settimana enigmistica. Armadio a muro altissimo e gli scrigni delle gioie della nonna, intoccabili. Aveva dormito in fondo al loro letto, su materassi di fortuna, imitando il campeggio, svegliandosi a colpi di cuscino con le altre due piccole. Al nonno piaceva tenerle vicine, le sue tre pesti. Le sue tre meravigliose nipoti. Chissà che fine aveva fatto sua cugina. Dopo la rottura tra le loro madri era sparita. Ma la casa invece era lì.
Forse il bagno piccolo sapeva ancora di dentifricio, saponetta Palmolive e Acqua Velva. Forse quello grande profumava ancora di borotalco.
La stanza della bisnonna, davanti a cui veniva sistemato l’albero di Natale, con attaccata cioccolata al posto delle palle. Ne avrebbe avuto uno identico, mancava poco a dicembre.
Accanto, la stanza enorme degli ospiti. Loro la chiamavano il camerone. Al mattino presto ci finiva dentro il rumore dello spazzino. Alla sera tardi ci filtrava la luce arancione dei lampioni mista a nebbia. Avrebbe voluto inginocchiarsi e baciare il pavimento di cotto. Baciare gli scuri delle finestre. Avrebbe voluto essere un ragno e arrampicarsi su un trave e dormire lì per altri trenta anni, o per sempre, facendosi cullare dalla polvere e dai ricordi.
«E poi c’è anche una stanza sopra la casa e una grande terrazza che affaccia sui tetti, venga, per di qua.»
Immaginò la vetrinetta della bisnonna, portata dal nonno a forza di bestemmie attraverso le scale ripide che univano la casa al livello superiore; poi traslocata dal suo ex marito in Toscana dove aveva fatto bella mostra di sé, incastrata in una libreria moderna. Adesso sarebbe tornata a casa, di nuovo portata a spalle dai facchini su per le scale. La sua casa. Le sue scale.

Aveva atteso quel momento rigirandolo nella mente come un tesoro prezioso. Ci aveva pensato per anni, da prima come una specie di sogno; poi come il desiderio numero ventinove nella lista dei centouno desideri: una lista per non perdere l’orizzonte.
Un giorno era tornata, per caso, per nostalgia, per fare un giro e portare i fiori sulla tomba dei nonni. Doveva passarci davanti, anche se era doloroso. Via dell’Onestà: solo uno sguardo e qualche lacrima, come sempre. Stavolta invece lì fuori c’era il cartello che aveva atteso: Vendesi.
Così aveva fatto due conti, messo in vendita ciò che poteva, preso accordi con la banca per un mutuo e telefonato all’agenzia immobiliare, fissando l’appuntamento. E non aveva pensato ad altro per due settimane, e poi per ogni minuto, mentre guidava dalla Toscana all’Umbria. Solo ad andarsi a riprendere ciò che era suo. Pregando che niente potesse accaderle prima di aver realizzato quel desiderio. Il numero ventinove, il più improbabile e matto.
Ora quell’imbonitore simpatico e inutile le parlava ancora con enfasi per cercare di convincerla. Decise di mettere fine al suo sforzo, appoggiò lieve una mano sulla sua per fermarlo e sorrise chiedendogli il prezzo.
«Vada pure in ufficio a prendere i documenti. Io la aspetto qui», fu la risposta. E nemmeno si volse per guardare la faccia stupita di uno che aveva venduto in venti minuti una vecchia casa invendibile, scomoda e senza parcheggio.

Firmò il compromesso sul coppo del tetto sotto cui – un milione di anni prima – aveva nascosto una stellina di plastica rubata a sua sorella.
Staccò l’assegno restando in piedi, di fronte alla vista che dominava Città di Castello.

©Roberta Lepri, 2020

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