La Cosacca di Maria Rosa Cutrufelli

Maria Rosa Cutrufelli

è

Anna Kulishoff

(Medico, politica, rivoluzionaria)

 

 

Mi hai detto: «Non essere impulsiva come al solito, pensaci!», ed è esattamente quello che sto facendo.
L’ubbidienza non rientra fra le mie virtù, non c’è bisogno che te lo dica, caro Filippo. Stavolta però mi sono messa zitta e tranquilla nel mio angoletto, sul divano verde davanti alla vetrata, ad ascoltare il silenzio della casa e a pensare alla tua proposta.

Lo so, lo vedo che sei stanco quando torni a Milano, dopo sedici ore di treno, e non ti bastano due giorni per riprenderti dal viaggio e da una settimana di sessioni alla Camera, di scontri e di seccaggini che di politico hanno ben poco. Probabilmente sei l’unico deputato che lavora dalla mattina presto a notte fonda…
Non che ti manchino le distrazioni! L’opera, il teatro e, la settimana scorsa, perfino la gita in mongolfiera. Senza contare le belle signore romane che ti corteggiano, e io me ne sono accorta, sai, che almeno una ti ha toccato il cuore… Eh, vecchierella come sono non ho ancora perso quel
temperamento cosacco che ti fa tanto disperare.
In ogni modo la tua proposta è ragionevole, su questo non c’è dubbio. Tu sei stanco, io più malandata che mai: forse è ora che mi trasferisca a Roma. Ecco perché ti ho promesso: ci penserò.
E ci sto pensando, in effetti.
A dire il vero, mi verrebbe più facile scrivere.
Non è così che i pensieri trovano il loro ordine naturale?, quando scendono dalla testa alla carta.
La strada è breve: dalla mente allo scrittoio.
Da quassù a quaggiù.
Poche decine di centimetri ma, per compiere il percorso, ai pensieri serve l’aiuto delle mani e oggi le mie sono inservibili. Non posso scrivere nemmeno una lettera: dovrò rinunciare anche a questo, al filo di parole che mi lega alla tua vita quotidiana, caro Filippo.

Maledetti dolori! Maledetti…
E fosse solo il dolore!
Il momento più brutto è quando mi osservo: da medico, con lo sguardo clinico. Mi studio i piedi, i polsi, le mani…
Le mani!, non riesco a guardarle veramente, sono uno spettacolo che i miei occhi reggono a malapena. Provo a nasconderle tra le pieghe della veste, ma tornano sempre fuori, come se faticassero a restare inerti, senza un’occupazione.
E intanto, che io la controlli o no, la malattia seguita a fare il suo dovere: non si stanca, lei. Continua a rosicchiarmi le ossa e tra poco mi ridurrà a una mummia completa. Anzi direi che è già arrivata a un buon punto, se neanche io mi riconosco più!
Sono mie queste nocche gonfie e tumefatte? E le dita storte, i nodi sottopelle. La rigidità.
Chi mai lo direbbe… Sembra impossibile, eppure in passato ho fatto di tutto, con queste mani.
Proprio di tutto.
Ho accarezzato la testolina di mia figlia per facilitarle il sonno, quando era piccola, e ho venduto violette per le strade di Parigi, quando per me non c’era altro lavoro. Ah, i capelli della Ninuccia!, scivolavano lisci come il gambo di quei fiori.
Ma prima della Ninuccia, a Zurigo, ho stampato manifesti clandestini con una carta che tagliava i polpastrelli e lassù, nella mia Crimea, ho aiutato le contadine ad accendere il fuoco, perché era in questo modo che noi studenti, all’epoca, facevamo la rivoluzione.
Andare incontro al popolo. Bisogna ‘andare incontro al popolo’, si diceva. Mescolarsi ai contadini e agli operai. Perciò ho raccolto legna e l’ho accesa soffiando sulle braci. E, sempre con queste mani, ho scritto articoli in italiano – in una grammatica un po’ cosacca, se vogliamo – e a Napoli ho pulito i malati in ospedale, prima di prendere una laurea ed entrare nella categoria dei medici… E pure dopo, a dire il vero. Quante volte a Milano, quando ancora esercitavo la professione, ho asciugato con le mie mani il sudore di un vecchio o di un bambino!
Ora invece, più niente.
Eccole qua: due appendici inutili, che non riescono a tenere stretta una penna.
Maledette anche loro!, vogliono levarmi il gusto della corrispondenza. Della conversazione a distanza. E quale piacere mi resta se non posso rispondere alle lettere del povero Filippin-Filippon, come lo chiamano i miei nipoti, o mandare due righe di consolazione alla Ninuccia. Figlia mia, mi toccherà dirle, tua madre sta diventando un’inferma.

Vecchierella già mi sentivo vent’anni fa, a essere sincera.
Forse perché la malattia mi ha preso da giovane: a Firenze, nel reclusorio di San Verdiano, quando sono finita in carcere per la prima volta. E la tubercolosi, si sa, corrode la giovinezza.
Ma non mi sono arresa mai.
Quando finii in cella la seconda volta, pregai Prampolini e gli altri che per carità non chiedessero un indulto, nonostante la mia salute già molto malandata. Avevo ancora fiducia nel mio corpo e nella sua capacità di sopportazione. E in ogni modo preferivo soffrire piuttosto che suscitare sospetti tra i compagni o maldicenze per quello che poteva sembrare un favoritismo, una grazia personale. «Impedite», dissi all’avvocato, «che mi sia fatta quest’offesa morale.»
Mi lamentavo solo dell’isolamento: almeno, dicevo, i polli in gabbia stanno tutti assieme!
Però quanto mi pesarono quei mesi…

Non appena fui libera, scrissi subito a Filippo. Me la ricordo perfettamente la lettera che gli mandai per via clandestina, perché io ero fuori ma lui ancora a Pallanza, in galera. Gli avevano revocato il mandato parlamentare con l’accusa di eccitare i disordini degli operai milanesi. Sobillatore: proprio lui, che non è mai stato un sovversivo! Un uomo razionale, piuttosto. Legalitario. Borghese. Ma socialista, ecco il delitto.

Sono passati vent’anni, eppure la rammento parola per parola, quella lettera…
Sì, gli scrissi per dirgli che la mia vera libertà sarebbe cominciata solo con la sua liberazione, e che ero invecchiata d’aspetto ma ringiovanita d’animo.
Non era una bugia per rassicurarlo: è che mi sentivo rinascere nonostante il collo magro e la faccia patita, da Cristo in croce. Vagavo per le stanze come inebriata dall’aria di casa. Tanto che aggiunsi, in fondo allo scritto, una nota che mi parve un’autentica perla di saggezza: una ruga in più o in meno non toglie e non aggiunge nulla, scrissi, la vecchiaia è tutta una leggenda.
Mah.
Sono cose che si dicono a quarant’anni, non a sessanta.

Caro Filippo, così paziente!, così premuroso nei miei confronti!, sei l’unico che ancora mi vede tutta bionda e chiara come il giorno in cui ci conoscemmo…
Non dimenticherò mai che, mentre stavi in cella, era di me che ti preoccupavi, della mia prigionia, del freddo che avrebbe distrutto quel poco di salute che mi restava. Ma almeno all’inizio eravamo nello stesso raggio, perciò era più facile ottenere dal direttore, di quando in quando, il permesso d’incontrarci. E dovevo sembrarti ben miserella se mi promettevi, scherzando, una cura che mi avrebbe fatto ingrassare come un tordino. Poi ti lagnavi, sempre scherzando, dell’amor proprio da
zingara che mi contraddistingue, di quell’orgoglio da cosacca che m’induce ad azioni sconsiderate…
Comunque, nel ’99, fui io a essere scarcerata per prima.
Ero come un’ombra dell’Anna di un tempo e avevo paura che la nostra intesa si allentasse, ora che non potevo più vederti e nemmeno scriverti, dato che non facevo parte della famiglia. Era duro non poter ricevere notizie di tuo pugno.
Alla fine il ministero ci concesse lo scambio della corrispondenza, a condizione che ci fidanzassimo.
Fu allora che mi scrivesti: “Gran disgrazia avere per futura moglie un uomo politico!” E qualche riga più sotto aggiungevi di potermi perdonare gli errori di ortografia finché restavo Anna Kuliscioff, ma per diventare la signora Turati dovevo mettermi in regola anche con gli apostrofi e le concordanze grammaticali.
Eh!, ti sei sempre divertito a stuzzicarmi con il tuo spirito pronto, da avvocato meneghino.
Eppure ogni tanto…
Non so, ho l’impressione che dietro lo scherzo si celi qualcosa d’altro, una voglia inconfessabile – e inconfessata – di vedermi diversa da quello che sono, meno idealista e più ‘donna’. Del resto è naturale: una donna che sia poco donna – in altri termini, che non si accontenti di restare chiusa nel suo guscio – è una mostruosità agli occhi dei benpensanti. E non solo ai loro. Se perfino il padre di Ninuccia – il rivoluzionario, l’irriducibile Andrea Costa – se perfino lui cercò di addomesticarmi! Mi portò a Imola da sua madre, sperando che la nichilista russa, l’esule politica, la studentessa ricercata dalla polizia dello zar, si trasformasse, magari per contagio, in una brava moglie romagnola.

Più che un desiderio, per gli uomini è un istinto…
Ma no, ma no, sarò giusta: tu non hai di queste pretese, caro il mio Filippin. Anzi. Ho ancora nell’orecchio le mezze frasi che sussurravi per incoraggiarmi quando ebbi quella depressione terribile: resterò con te, non andrò più a Roma, tanto non sono nato per la politica attiva, si può essere utili altrimenti…

Invece è utile che tu stia lì dove sei.
Solo che adesso mi vorresti più vicina, ecco tutto. Ho ben sentito la nostalgia nella tua voce, quando a luglio scorso hai protestato: «Sei sempre così lontana!»
Perciò sono venuta a Roma e ho passato l’estate a discutere con i vecchi amici al caffè del Pantheon, a ragionare di socialismo e di governo con i giovani, con Matteotti, con Nenni, e a godermi la tua presenza e le cene all’aperto. Roma ha un clima più mite di Milano e questo mi giova, è un vantaggio di non poco conto.
Ma trasferirsi… be’, non può essere questione di convenienza climatica.

Mi piace quest’ora della giornata, quando non ci sono più visitatori, lo studio è deserto e fuori il cielo impallidisce.
C’è una grande tranquillità.
Maria traffica in cucina preparando la cena e io me ne sto seduta a osservare le guglie del Duomo che, di minuto in minuto, diventano più nude e magre. Sembrano costole spolpate dall’aria stessa di Milano. O forse dovrei dire
purificate…
A Roma non c’è un’ora come questa. Troppa abbondanza di colori, troppo barocco, perfino le chiese trasudano carnalità e paganesimo. Che differenza col nostro Duomo!

Bene. L’ho detto: il nostro Duomo.
È più che una predilezione. È un sentirsi a casa.
Qua non mi sembra di essere un’esule senza ritorno, una che ha attraversato l’Europa in lungo e in largo, da Ginevra a Parigi, da Kiev a Napoli, traslocando da una pensione all’altra, da una camera d’affitto a un’altra.
Questa città io la conosco. E lei conosce me.
Quante scale ho fatto con la mia borsa da medico! Anzi da
medica, perché non c’è motivo d’ignorare il femminile di questo sostantivo: diciamo operaia, no?, mica operaio. Dunque sono salita fino al quarto, al quinto piano di mille e mille case di ringhiera: un vero facchinaggio. Ero la medica dei poveri. E nel mio studio privato – perché all’Ospedale Maggiore non mi hanno voluta, in quanto donna – ne ho visti di milanesi! Impiegati, piccoli professionisti: ho imparato da loro a parlare meneghino.
Insomma, se prima ero un’esule senza fissa dimora, costretta a lasciare la figlia in collegio, a Milano sono diventata la donna che volevo essere.
Riconosciuta.
Ascoltata.
Perfino il Circolo Filosofico, che pure è chiuso al gentil sesso, per me ha fatto un’eccezione invitandomi a tenere quella famosa conferenza… Sul ‘monopolio dell’uomo’, per l’appunto. E mi applaudirono, anche se per le cose che dicevo, secondo il
Filippin, avrebbero dovuto buttarmi dalla finestra.

Forse non lo fecero perché, si sa, noi donne siamo una razza diversa e separata, da non prendere troppo sul serio. ‘Donnette’, dice Filippo, scherzando come al solito. Ma in realtà non c’è scampo: mediche, operaie o risaiole, dalla prima all’ultima siamo davvero ‘donnette’ senza diritti civili in famiglia e in quanto ai diritti politici… Be’, ci troviamo in buona compagnia, assieme ai minorenni e ai pazzi, agli incapaci per età o per demenza, congenita o acquisita. E pure assieme ai condannati per delitti infamanti, che hanno perso quel diritto di cittadinanza che noi non abbiamo mai avuto. È per questo che, in fondo, siamo tutte un po’ straniere. Straniere nel nostro stesso paese.

Ciò nonostante Milano è stata generosa con me, mi ha offerto ospitalità, lavoro e tanta, tantissima amicizia.
Purtroppo non posso più esercitare la professione medica. Non posso curare i mali del corpo. Però, in compenso, ogni pomeriggio questa stanza si riempie di visitatori. Le sartine mischiate ai giornalisti, la giunta comunale mischiata ai compagni di partito, le telefoniste confuse in mezzo agli uomini del sindacato: sono i miei
clienti dell’anima. Vengono a chiedere consigli e a discutere dei nuovi Santi moderni, cioè dell’uguaglianza e della libertà.
Ma le parole a me non bastano, questo è il problema.
Ho sempre il desiderio di un po’ di vita reale… e per fortuna che c’è l’Umanitaria e la scuola femminile che m’impegna, oltre alla mia amatissima
figlia di carta, che non è solo una rivista… Ah no!

L’abbiamo tirata su Filippo e io, l’abbiamo cresciuta povera ma onesta e oggi la ‘Critica Sociale’ è quello che tutti sanno: un laboratorio di idee, il luogo dove il socialismo italiano allarga i suoi orizzonti spingendosi all’est e all’ovest.
Un luogo che coincide con la mia casa. Con la mia stanza. E io ne sono orgogliosa, perché socialista ero e socialista resto, nella buona come nella cattiva sorte.
Una socialista con due cameriere, d’accordo.
Due
tuse robuste e affezionate che lavano, puliscono, aprono la porta ai visitatori e apparecchiano la tavola, quando è l’ora.
Ma sì, forse tuo padre aveva ragione, Ninuccia mia: non ho mai abdicato ai miei gusti da ‘signora’.
Tuo padre…
Le volte che veniva a prenderti – le poche volte, per la precisione – non si degnava di salire fin quassù, ti aspettava in portineria perché non voleva essere contaminato dal lusso di un appartamento borghese. «Salutami la
signora», diceva poi, nel riportarti indietro. E tu ingenuamente riferivi.
Quanto rancore! C’eravamo giurati rispetto reciproco e viceversa al dunque… Che vuoi farci, era pur sempre un uomo. Anarchico finché vuoi ma uomo, e non tollerava che a un certo punto me ne fossi andata, sottraendomi al vuoto di un rapporto senza più amore e quindi senza dignità. Ho sempre sperato che non finisse così, tra noi. Invece è morto rancoroso com’è vissuto, lasciandomi in cuore una specie di triste incompiutezza.
In ogni modo, tenervi assieme, far sì che il ‘grande rivoluzionario’ non scordasse i suoi doveri di padre, be’, è stata la fatica più grande della mia vita. Ho dovuto ammorbidire il mio carattere permaloso da cosacca. Mediare. Scendere a compromessi, se necessario. Come spesso è accaduto…
Anche perché, Ninuccia mia, crescendo hai sviluppato un animo tenero, per niente ribelle, e tuo padre non era contento e dava la colpa a me, è ovvio. Non si voleva convincere che noi non siamo i nostri figli e che tu dovevi fare le tue scelte in piena libertà, come a suo tempo avevamo fatto noi.

Le sue lettere erano sfoghi isterici, e io lì a spiegare, a mettere argini, ad avvertirlo di non alienarsi la simpatia della figlia calunniandomi. Ricordati, gli scrivevo, che vive con me e questo dà al suo affetto una forza in più…
Ah, non mentirò a me stessa! A essere sincera, ero fin troppo orgogliosa della devozione assoluta di mia figlia. Della sua parzialità nei miei confronti. E che gioia, Ninuccia, quando annunciasti di volerti laureare in medicina, alla stessa maniera di tua madre.
Ma non doveva andare così.
L’ho capito quel giorno di dicembre, quando ti vidi tornare da Bologna con gli occhi bassi e senza più gusto per lo studio. Delusa, smarrita perché l’affittacamere ti aveva cacciato: aveva scoperto, la brava donna, che eri un’irregolare! La figlia di due peccatori che non conoscevano né Dio né religione.
Ero seduta proprio qui, su questo divanetto. Tu stavi davanti a me tormentandoti le mani a testa china e in quel momento, nel guardare quel tuo gesto di muta impotenza, provai un gran rimorso. Pensai d’un tratto che era colpa mia, che ti portavo sfortuna, e che per la tua felicità sarebbe stato meglio se mi fossi levata di torno, se fossi sparita assieme al mio orgoglio e ai miei peccati.
Poi all’improvviso i problemi si appianarono, arrivò l’amore e pure il matrimonio, tu rifioristi e io con te. Ma tuo padre, l’anarchico convertito al socialismo, lo considerò un vero tradimento, il più grande che potessimo fargli.

Certo, lo scandalo fu immenso… I giornali non parlarono d’altro per settimane e settimane: la figlia di Andrea Costa e di Anna Kuliscioff che si sposa con rito religioso, in Chiesa! E con chi, poi? Col figlio di un ricco industriale. Un giovane molto devoto, di famiglia clerico-moderata. L’Italia del Popolo mandò un reporter a intervistarmi e io mi arrabbiai e gli dissi di lasciar vivere i ragazzi e che non eravamo nel medioevo, con le divisioni in caste.
Tuttavia quella notte non riuscii a prendere sonno. E mentre mi rigiravo tra le lenzuola, pensai che nell’universo ci deve essere una specie di legge d’equilibrio. Io mi ero ribellata a tutto e a tutti, avevo sofferto e sacrificato i migliori anni della giovinezza, perciò adesso toccava a mia figlia rimettere le cose in pari, rispettando tutte le leggi e tutte le convenienze.
«Se non altro», mi consolai, «morirò tranquilla, senza lasciare dietro di me lacrime e dolori.»

***

Neanche questo era destino, purtroppo.
Povera figlia! Mi sento strozzare il cuore quando la vedo così trascurata, senza passioni.
Filippo, per tirarmi su, non fa che ripetere che ci si abitua a qualsiasi cosa quando s’è giovani e che restare soli sarebbe un guaio maggiore per noi vecchierelli. Ma sono io che non mi rassegno: già vedova alla sua età!, e con cinque bambinetti, cinque
trappolini che sciolgono l’anima dalla tenerezza.
Però almeno non deve mendicare il pane, come è successo a me. E non ha visto suo marito partire in guerra.
Ma forse sarebbe stato meglio, per lei.
Chissà.
Se fosse partito, ora magari lo piangerebbe come un eroe invece di ricordarlo infermo, le mani sulla coperta e lo sguardo aggrappato alla finestra.
Cercava sempre la luce, lo scintillio del mare…
Dalla sua finestra, come da tutte le altre, si vedeva il litorale di San Remo e la casa, nel suo complesso, non aveva niente di malinconico, bisogna pur dirlo.

In fondo, era la casa della speranza.
I medici avevano detto: forse, col sole… E per il loro ‘forse’ mia figlia chiuse la villa di Desio e si trasferì in riviera. Peccato che con questo semplice gesto si fosse convinta di aver salvato il suo Luigi! Non so quanto ci credesse mio genero, un ragazzo concreto, che nella vita ha fatto quest’unica pazzia di sposare la Ninuccia.
Comunque la casa aveva un che di allegro, anche se attorno… be’, attorno c’era la guerra.
Gli alberghi erano pieni di profughi e di sfollati, famiglie che non sapevano come sfamare i bambini, giovani che invadevano come cavallette il poco spazio che gli era destinato. Dalla stazione ogni giorno transitavano almeno venti treni. Venivano dalla Francia, dalla nostra alleata, e portavano soldati e artiglieria al fronte del Piave. Quando passavano, la mia nipotina più grande gridava: vive la France!
Questa guerra è stata una catastrofe.
Un disastro immane, senza precedenti.
E non solo per i morti e le sofferenze inutili, ma perché il fanatismo guerraiolo ha oscurato anche il cervello di certi socialisti e gli ha militarizzato l’animo. Povero Filippo! Quanto ha sofferto quando i suoi stessi compagni gli gridavano contro:
Caporetto! Caporetto! Come se la disfatta fosse colpa sua e il neutralismo, l’avversione per la guerra, non fosse una posizione politica, ma un tradimento.
Morte a Turati!
, urlavano, come se di morte non ce ne fosse già abbastanza.

E adesso la pace…
Come no, la pace.
La vedo bene da quassù, la pace.
Le manifestazioni dei reduci, i cortei degli operai, gli incendi, la furia distruttiva, le cariche della polizia: il centro di Milano trasformato in campo di battaglia.
L’altra sera una bomba è scoppiata proprio qui sotto, in Galleria, la casa ha tremato fin nelle fondamenta, pareva un terremoto. Intanto vedevo la gente che scappava in preda al panico, cadeva per terra, si rialzava perdendo sangue…
In quindici giorni era il quarto attentato, e ancora non se ne conoscono gli autori. C’è chi dice gli anarchici, chi le squadracce di Mussolini, quell’odioso opportunista… per non dir peggio.
D’accordo, la tempesta non è ancora un ciclone, ma ho idea che presto lo diventerà.

Sì, la violenza di questa pace mi fa paura.
A volte però… ecco, mi dico che magari il mio è il pessimismo della vecchiaia. Succede. Tutto ci sembra nero, come il fumo degli incendi che si alza a sporcare la vetrata.
Siamo così apocalittici, noi vecchi!
Ma tanto più la situazione è incerta, tanto meno desidero allontanarmi da Milano. Mi parrebbe di commettere una vigliaccheria.
E poi c’è quest’ora, con la sua tranquillità…
Quale altro luogo ha il potere di calmarmi dopo una giornata piena di amarezze e di spaventi?
Insomma mi piace questa sala dove ricevo, discuto, studio, lavoro, dove sono ancora attiva: ancora ‘io’. Mi pacifica il vaso di fiori sul tavolo, mi tranquillizzano i libri sparsi ovunque e la luce che spolpa i pinnacoli del Duomo.
Guglie bianche.
Leggere.

È bello starsene qui a guardarle in silenzio, stasera come mille altre sere da trent’anni a questa parte. Me ne riempio gli occhi e intanto infilo una sigaretta nel bocchino – a fatica, certo… le mani! – poi finalmente aspiro a pieni polmoni. Con calma.
Come posso abbandonare la mia Milano?
Ah, caro Filippo, anche le sigarette non hanno lo stesso gusto, a Roma!

©Maria Rosa Cutrufelli, Mappe sulla pelle, 2012, Ed.it

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