Maremoti [5] di Maria Elena Poggi

© illustrazione di strips&trips
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A Federica e Amedeo,
perché senza di loro questa storia non avrebbe potuto essere scritta.

PER ME, ANELLO DEBOLE – P.M.A.

Muro-cursore-muro.
La pallina si muove velocemente sullo schermo del telefonino. Centoventi minuti da far passare, sdraiata e quasi immobile, possono sembrare un’eternità. Non lo sono.
Avrei potuto scegliere un passatempo più intelligente ma con la musica e con Dio sono in rotta già da un po’. Gioco e la mia mente si scinde. Una parte, materiale e grassa, resta a governare i comandi e l’altra, volatile e gassosa, porta a spasso i pensieri in derive oniriche e poco organiche.
Cento minuti.
È ottobre. Dalle imposte lasciate aperte filtra un raggio di sole che taglia questa stanza asettica esattamente a metà.
Muro-cursore-muro. Nuovo livello.
Tutto è iniziato un anno e mezzo fa. Una visita di controllo, due ombre sul referto ecografico, un valore marcato da un antipatico asterisco si sono infine tradotti nell’invito a sottopormi a laparoscopia, un piccolo intervento di routine.
Un freddo giorno di giugno mi presento all’Ospedale Maggiore di Parma, paziente desiderosa di prole in zeppe e maglia attillata. Ne uscirò dopo cinque giorni, infertile. Rapido, semplice, indolore. No, indolore no.
Sessantatré minuti.
Trascorsi quaranta giorni in una sorta di limbo, il taglio della laparatomia è quasi guarito. La mente non si capacita del perché io abbia dovuto pagare un così alto tributo all’endometriosi conservando intatte, invece, frattaglie inutili come tonsille e appendice. Rifiuto il mio corpo colpevole e irregolare come la cicatrice che mi solca il ventre. A me, che per scelta non ho nemmeno un tatuaggio.
Muro-cursore-muro. Nuovo livello.
Ho trentasette anni. Un figlio lo desidero da quando, nell’estate dei miei ventidue anni, cinque giorni di ritardo mi hanno costretta a mettere le mani nei miei pensieri più scomodi.
Cinquantasette minuti.
Infertile. Mi rigiro la parola in bocca, la ripeto fino a farle perdere significato. L’arrotolo sulla lingua, provo a farci amicizia ma finisco sempre con lo sputarla. Non mi appartiene, la respingo. Ancora non ho capito che è il primo lemma di un vocabolario destinato ad arricchirsi  nel tempo.
Muro-cursore-muro. Nuovo livello.
Sono un’acrobata che percorre incerta una corda tesa sopra un mare di ignoranza. La Rete mi accoglie. La Rete mi salva. Esiste un mondo parallelo dove il  dolore che mi vivo è legittimo e dove imparo che si soffre da soli ma  la paura, quando la condividi, allenta il morso.
Quarantadue minuti.
L’addetto alla farmacia interna dell’ospedale non mi piace, a pelle. Ha un  volto arcigno e mi guarda dall’alto in basso, come se il piano terapeutico che stringo in mano – regolarmente vidimato, timbrato, della stessa sostanza degli altri che giacciono in fondo ad uno schedario – fosse carta straccia. Non vuole darmi tutte le scatole di Menogon prescritte. Vuol costringermi a mendicare qualcosa che che mi spetta di diritto. La frustrazione mi allaga gli occhi.
Gli angeli talvolta sono donna; la dottoressa bruna squadra l’orco e gli intima di consegnarmi tutto quel che mi serve, senza troppe storie. Mentre firmo il modulo, lei mi sussurra: «Buona fortuna».
Muro-cursore-muro. Nuovo livello.
Litighiamo spesso. Anche oggi. Te ne vai, sbattendo forte la porta. Mi lasci sola con il mio cocktail intra muscolo. Io che le iniezioni le detesto da sempre.
Sudo. Ago grosso, preparo la mistura: quattro unità di polvere da diluire in due ampolle di soluzione  fisiologica. Ago sottile, la siringa è armata e pronta. Resto dieci minuti buoni davanti allo specchio, le cosce nude. Poi, all’improvviso, giro la testa e porto il colpo senza guardare, premendo sullo stantuffo. Un gesto rapido, preciso, indolore. No, indolore no.
Muro-cursore-muro. Nuovo livello.
Oggi mi hanno accompagnato i miei e ora sono a fare i turisti, in giro per Monza.
Li amo, ma volevo che queste prime due ore fossero solo le nostre; mie e di queste due gocce di vita che Ruben Manidivelluto Fadini ha inserito nel mio utero, imprecando piano contro lo speculum e il catetere.
Avrei preferito generare mio figlio in un orgasmo devastante ma qui prossima ad esplodere è solo la mia vescica. Il romanticismo si spreca, a queste latitudini. Chissà, forse questo dettaglio lo ometterò quando gli racconterò del giorno in cui l’ho concepito, preferendo una perifrasi roboante tipo: …la fecondazione medicalmente assistita è un atto d’amore che inizia la prima volta che ti buchi la pelle e dura almeno un mese.
Alla faccia del sesso tantrico.
Sorrido.
Un minuto.
Questa sosta è finita. Fra poco potrò alzarmi e tornare a casa. Mi sento fragile e fortissima, allo stesso tempo.  Di questa catena di sangue e sogno che mi lega a mio figlio sono l’anello debole che si è fatto resiliente, suo malgrado.
Muro-cursore-muro. Livello completato.
Nuovo target: 20.160 minuti, da qui alle beta hcg.
Misurata così, questa nuova attesa sembra un’eternità. Non lo è. Neppure lei.
Inserisco la monetina e inizio una nuova partita.
Muro-cursore-muro.
Ventimilacentocinquantanove minuti…

© Maria Elena Poggi, 2016

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