Ma dove vado se parto? [9] di Anna Bertini

Gotine Rosse,  Giovanni Fattori, 1880

 

GOTINE ROSSE TORNA A LIVORNO

 

 

È un quadro di Fattori, “Gotine Rosse”.
Lo scopro solo ora. Per me, era il nomignolo che mi avevano affibbiato al liceo quando ero un nodo di ragazzetta tonda e rossa, troppo emotiva, insicura, polemica.
Questa settimana è tornato al Museo in Villa Mimbelli proveniente da Torino dove risiede e dove tornerà tra qualche mese.
“Gotine rosse”, una contadinella teleangeltiasica capelli biondo scuro. Espressione un po’ seria, naso sottile e irregolare – il mio è più carino. Fattori, i macchiaioli; quelli che come me andarono ad abitare a Fauglia tra i boschi, per ascoltare la musa.
Io sono tornata a Livorno come lei, ma niente di stabile. Giusto per consentire a mia figlia di andare a scuola senza alzarsi all’alba e di allenarsi la sera tardi ora che è passata nella squadra allievi. Si allenano a buio, d’inverno, al campo-scuola. Anche se l’inverno non c’è ancora. Fa caldo. L’inverno non c’è mai veramente nella mia città.
Arrivo a Livorno per la prima settimana di pendolariato dalle vicine campagne. Siamo stati bravi, nell’appartamento ci sono già tante cose, persino qualche decorazione alle pareti.
Però appena ti metti a fare qualcosa ti accorgi che nella casa nuova mancano robe.
Mancano l’aceto, il pepe, una presa Schuco, uno stendino. Manca la carta forno; la teiera; ci sono tre mutandine e due canottiere; le porte dell’armadio a muro si aprono perché mancano i magneti e ci batto delle craniate colossali tutte le volte che passo vicino. Mi manca casa, eppure l’appartamento mi piace, lo abbiamo messo su come sempre accoppiando le nostre migliori progettualità.
Mi manca la luce tra i pini della tenuta di fronte la mattina; mi manca la vicinanza di mia madre e sono anche in ansia per lei; mi manca di poter mandare i cani fuori in giardino invece di portarli giù nella piazza, e già sono fortunata che sotto casa a Livorno ho la piazza. Sotto abitano due psicopatici che di notte fanno il bricolage, litigano o ascoltano Amedeo Minghi a palla.
Sono andata a fare la spesa, però non avevo benzina; ho fatto prima benzina e poi la spesa, ho lasciato il bancomat alla cassa del supermarket ma non me ne sono accorta.
Ha chiamato mia madre; dice che voleva la marmellata di un altro supermarket, quella marca non le andava. Le ho promesso che di pomeriggio sarei salita a portargliela. Nel frattempo ho scaricato la mia spesa, ho preso il pepe, l’aceto, lo stendino era arrivato per corriere ma a Fauglia, la presa Schuco, quella mancava ancora. Il garage dista dall’auto cinquecento e passa metri, sotto casa non c’era posto. Ho portato la spesa a piedi dal garage a casa.
Ho incontrato un signore, mi ha chiesto se non era troppo pesante la busta della spesa, gli ho risposto che mi evitava di andare in palestra a sollevare pesi.
Ha aperto l’ascensore, gli ho chiesto se si poteva prenotare la fermata intermedia; non lo so perché se non ho la spesa mica prendo l’ascensore, vado a piedi. Mi ha risposto: certo, le evita di andare in palestra. Già, buona giornata.
Con Nat abbiamo pranzato, poi lei aveva lezione di spagnolo online.
Ho preso il caffè. A Livorno ho deciso di avere solo la moka. La Bialetti. Basta con ‘ste cialde. Ho preparato la moka da due tazze e mentre mettevo a posto le cose usate per cucinare, l’ho urtata. Il caffè sì è rovesciato ovunque, ha imbevuto il tappeto Kilim. Non c’è la stanza lavanderia a Livorno; l’ho lavato nel lavello, puzzava di bazar improvvisamente, non sapevo dove metterlo a sgocciolare, non ho lo stendino. L’ho steso sopra al bidoncino del multi-materiale. Ho tolto gli schizzi di caffè da ogni dove e sono partita per procurare la marmellata di altra marca a mamma.
Già che c’ero ho preso il mangime per i cani, le merendine per Nat e qualche altra roba. Alla cassa mi sono accorta di non avere più il bancomat. Sono salita a Fauglia.
Ho telefonato all’altro supermercato. Avevano il bancomat, ho detto che sarei passata a riprenderlo. Ho trascorso un’ora con mia madre, poi ho puntato verso Livorno. Per uscire dalla tangenziale c’era coda. Sono arrivata al supermercato abbastanza in ritardo, mi sono fiondata verso la Cassa Centrale. Ho inciampato in un cordolo giallo, sono caduta rovinosamente: mi hanno rialzato due anziane. Entrambe le ginocchia sanguinavano ma per fortuna indossavo una tuta nera. Alle anziane ho fatto pena, mi sorridevano e cercavano di essere allegre. Per riavere il bancomat ho dovuto acquistare almeno una busta, così da dimostrare che conoscevo il Pin. Intanto la tuta si era appiccicata alla ferita delle ginocchia. A casa manca anche qualcosa per disinfettare, ho pensato, ma per non rientrare nel supermercato ho usato una salviettina profumata che giaceva nello zaino da tempo immemore. Sono tornata a casa distrutta, i cani avevano fame, Nat era agli allenamenti. La televisione di quelli di sotto si udiva alla perfezione nel disimpegno – io non abito in un condominio da trenta e passa anni, ho pensato che fossero saliti da me e li avrei trovati seduti in soggiorno: per fortuna non c’erano. Mi sono accasciata al suolo come se dovessi ricevere le stimmate. Gotine Rosse è tornata a Livorno. Beata quella che se ne sta tranquilla appesa a un muro, dipinta dal Fattori.

©Anna Bertini, 2018

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