DoctorWriter [29] di MariaGiovanna Luini

foto di MariaGiovanna Luini
foto di MariaGiovanna Luini

IL ROMANZO DEL MAGISTRATO

Questa pubblicazione a puntate scioglie un destino. E’ il primo romanzo che ho scritto, il romanzo che chi mi conosce aspetta che sia pubblicato perché – pare – la trama piace. Il romanzo finora bloccato: qualcosa si mette sempre in mezzo. E’ ora che queste parole escano e si lascino leggere.
Quando esiste un blocco, Luce ed Energia lo forzano e dissolvono le ostruzioni. Uso quindi Luce ed Energia e dono “il romanzo del magistrato” a puntate ai miei lettori in Sdiario.
E il blocco si scioglie, voilà.

Capitolo 19

“Leggi”. Riccardo sorrideva. “Leggi, amore”. Leggi. Doveva leggere qualcosa o la mente creava follie? Nel vuoto di una meditazione che la sera prima era riuscita a mantenere per qualche minuto le intuizioni erano immagini, lampi che porgevano idee, soluzioni, scappatoie, fantasie. Che le apparizioni, i segni, le sensazioni non fossero altro che squilibrio psichico e Riccardo un ritratto falsato dal dolore?
“Leggi, amore”.
Tentò di scacciare l’ansia ottusa con una doccia fredda e una colazione preparata con cura (e due caffè per tirarsi fuori dal torpore), poi ebbe voglia di uscire: il ricordo di un sogno molto forte e significativo era svanito. Pochi istanti e la macchina era fuori dal cancello, guidò e l’unica preoccupazione fu scegliere la musica da ascoltare.
Il vago senso di inquietudine ritornò dopo alcune ore di serenità lieve. La mattina era stata perfetta: aveva camminato, camminato, camminato diluita tra volti ignoti. Le vie strette che da Montecitorio si addentravano nel cuore della città avevano odori che ritornava a identificare. Aveva recuperato il ricordo di sensazioni fuggevoli e la mano di Riccardo nella sua, e non c’era stato dolore. In piazza Navona su una panchina di marmo a seguire i ritratti di un giovane argentino non si era più resa conto del tempo, si era mossa verso via dei Coronari e aveva cercato nei negozi semibui qualcosa che rendesse più allegra la sua casa. Aveva bisogno di novità, una porzione di bellezza, poi però non aveva deciso e aveva comprato niente. Aveva lasciato la città quando i volti avevano assunto l’ombra di una malinconia minacciosa. Nel viaggio aveva risposto a una telefonata di Giuliano, in ansia per la chiamata che il magistrato le avrebbe fatto. Ma il magistrato non l’aveva cercata.
– Strano. Beh, io sto andando da lui. Pare che ci siano i risultati dell’autopsia.
– Inutile che ti preoccupi, i referti diranno che è stato ammazzato. La causa della morte non è in dubbio. Drogato non era, non ho avvelenato la sua prima colazione.
– E’ che… Non so, il tono di Forti…
– Capirai. Devono sempre fare cadere le cose dall’alto. L’ansia fa parte del loro lavoro, devono farti stare in pensiero con la suspence. Avvocati e magistrati si sentono più bravi se incutono timore. Sai come sono fatti, anche tuo fratello era così. Ti mettono inquietudine, sembra sempre che ci sia dell’altro, un dettaglio che non sospetti e ti sconvolgerà la vita. Qui c’è poco da sconvolgere, l’hanno ammazzato. Voglio sapere chi sia stato, è l’unica cosa importante.
Non era riuscita a calmarlo. Avevano concluso con un appuntamento a cena, a casa: ormai era un’abitudine e prima o poi avrebbero dovuto modificarla, rimettere le cose a posto. Ma non era un pensiero cui avesse voglia di badare. Giuliano sarebbe ritornato a casa sua come fanno tutti gli uomini, troppo pigri e abitudinari per reggere a lungo una separazione. Non aveva un’amante fissa che lo accogliesse e amava le bambine: restare a cena da lei era una dignitosa via di mezzo, l’illusione della fuga casta senza allontanarsi dalla tana.
“Leggi”. Riccardo e il sogno giravano ancora in testa. Nelle orecchie, vivida, la voce. “Leggi”. Non aveva granchè da perdere: poteva cercare qua e là per scoprire se avesse lasciato qualcosa per lei e nessuno l’avrebbe saputo, non avrebbe confessato ad altri il dubbio che la comparsa di suo marito che la incitava a leggere fosse una specie di premonizione. Nel sogno aveva visto una porta: era quella della camera da letto, era là che doveva cercare. Là aveva da leggere.
In cucina bevve un caffè e salì al piano di sopra. Avrebbe cercato, e pazienza se la ricerca sarebbe stata vana. Nello studio di Riccardo c’era ancora disordine, molto non sarebbe stato riparato. Entrò e si avvicinò alla scrivania: le indagini avevano completamente sovvertito l’ordine delle cose, e comunque era difficile mettere mano perché la sua furia distruttrice là si era accanita. Spostò fogli e aprì cassetti, riunì le carte in diverse pile: sembravano appunti lavorativi senza significato (almeno per lei, ma evidentemente anche per i Carabinieri che non le avevano portate via). Nella libreria sfogliò volumi a caso. Radunò in un angolo le fotografie che aveva tolto dalle cornici e tagliato o strappato: diede ai volti una rapida occhiata e le buttò via. La poltrona rotta le ricordava Riccardo seduto con i piccoli occhiali azzurri e la stilografica in mano.
Si fermò. Era inutile cercare in una stanza analizzata da mille occhi. Corse fuori e sbatté la porta. Andò in camera da letto, preda di un’improvvisa frenesia: doveva trovare qualcosa, una lettera, un biglietto, un fotografia, un oggetto con un significato particolare. Di colpo i sogni e le visioni le sembravano totalmente reali, era impossibile che un’indicazione così precisa fosse frutto di una fantasia. Esaminò i mobili, le pareti, il pavimento. Aprì il comodino di Riccardo, gettò lontano una fotografia di Elena e un libro che aveva la dedica di Valeria ma non trovò altro che caramelle per lenire la tosse scadute da un paio di mesi. Non era stata lei a comprarle, quando le ebbe in mano il formicolio che ogni tanto le capitava di avvertire la aggredì violento: fissò per qualche istante il palmo che le reggeva. Caramelle per la tosse, da quando Riccardo aveva iniziato a usarle? Perché, poi?
Incerta su cosa cercare pensò di lasciarsi attrarre da dettagli anomali, che però non riusciva a vedere. Spostò i libri e controllò i cassetti della biancheria. Riccardo le aveva scritto tante volte, le aveva lasciato decine di biglietti e lettere nelle tasche delle giacche, dei cappotti, disseminava pezzi di scrittura che lei aveva definito pizzini facendolo arrabbiare.
Fu l’ultimo pensiero a bloccarla: le tasche! Non aveva pensato di controllare le tasche dei cappotti. Era stato ucciso all’inizio della primavera, ancora si indossavano giacche e cappotti. Cosa aveva indossato nell’ultimo periodo della vita di Riccardo? Forse un cappotto blu, oppure il trench sabbia. Aprì l’armadio a muro, trovò alcuni cappotti e non riuscì a infilare le mani: tremavano e avevano perso il tatto. Si fermò, respirò a fondo: aveva tempo, doveva cercare con calma.
Fece un giro nella stanza, osservò a lungo gli alberi fuori dalla finestra per recuperare il distacco e la serenità: quando riuscì a vederli come un mare indistinto di luce capì di stare meglio, ritornò all’armadio. Frugò nelle tasche di alcune giacche che ricordava di avere usato, poi nei cappotti. Cercò una seconda volta, senza esito. Tirò fuori altre giacche: le tasche erano vuote. Controllò il trench chiaro, ma in tasca aveva una banconota da cinque euro. Fu tentata di fermarsi. Evidentemente era una follia, ogni sogno era un sogno e niente altro. Le idee, le apparizioni, la voce erano il frutto del dolore: stava affrontando il trauma e capitava che la razionalità cedesse, ecco tutto.
Riccardo era morto e non avrebbe mai potuto parlare con lei, non aveva niente da dirle: la lettera lasciata a Giuseppe doveva bastare. Chiuse l’armadio quasi completamente, ma lo sguardo cadde sui tailleur nell’angolo a sinistra. Si bloccò. Che stupida, non li aveva considerati. Riaprì le ante. Rovistò con entrambe le mani a partire dagli abiti che sapeva di avere usato più spesso, lasciò per ultimo il tailleur nero che non aveva mai indossato perché, quando lo aveva visto, Riccardo aveva commentato:
– E’ troppo scuro, da funerale. Lo metterai al mio funerale, non prima.
Niente, ancora.
Afferrò il tailleur nero sfilandolo dalle grucce e, ormai in preda a una rabbia feroce, lo scosse, capovolgendolo. Un quadratino bianco svolazzò sul pavimento. Rimase a osservarlo incredula, il cuore impazzito.
– Brava, amore, brava. Così! Brava, Gianna. Ti amo.
Lo sentiva, un brivido freddo e pieno di amore percorse tutto il suo corpo: Riccardo era lì con lei.
Lasciò scivolare a terra il tailleur e cadde in ginocchio. Aveva usato l’abito che secondo lui avrebbe indossato al suo funerale, non prevedendo che Giuliano ne avrebbe comprato un altro per lei. Afferrò il foglio di carta e lo aprì, sperando che non fosse lo scontrino del negozio. Riconobbe la grafia.
“Ho saputo che morirò. Non ho più tempo per dirti tante cose. Ti porto con me nel cuore, il mio amore non ti è mai mancato. Tieni solo per te queste parole: sono solo nostre. E quando capirai perdonami: ho dedicato la vita a una causa e per quella causa voglio essere ricordato. Sto per diventare polvere ma tutti mi ricorderanno. Ti amo, R”.
Rilesse decine di volte. Era strano. Non erano le solite frasi. Il tono, la scelta delle parole evocavano un distacco inusuale per lui che aveva impeto ed enfasi, sempre. La misura che percepiva sarebbe stata adatta a Giuliano, invece. Comunque, era certo di morire. Si sedette e appoggiò la schiena al letto. Distolse lo sguardo dal foglio e provò a calmarsi. Aveva bisogno di capire.
Forse aveva saputo che qualcuno organizzava l’attentato, ai giudici succedeva: qualcuno soffiava la decisione di commettere un omicidio oppure si sapeva che armi e esplosivo erano arrivati in città. Le sembrò plausibile, eppure non spiegava tutto. Perché aveva chiesto perdono? “E quando capirai perdonami”. Cosa c’era da capire e perdonare? La relazione con Valeria, la nascita di Elena? Ma no: esisteva la lettera al notaio e Riccardo non era uomo da chiedere scusa due volte.
Si alzò, lesse di nuovo. Stava sbagliando prospettiva, mancava il centro vero, la ragione per quel biglietto. Non sapeva qualcosa di importante, qualcosa che aveva a che fare con la sua morte: doveva perdonarlo per un dettaglio che aveva una relazione diretta con la sua morte. Era impossibile da indovinare a cosa si riferisse, ma Riccardo prevedeva che l’avrebbe scoperto.
Di una cosa era sicura. Il peggio non era ancora arrivato.

© MariaGiovanna Luini, 2016

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