Bipede a quattro mani [20] di Raffaele Rutigliano

Bartolomeo Manfredi, La Carità romana

IL RACCONTASTORIE DI PORTSMOUTH

Mi sorreggo solo sulla forza del domani, nell’oggi ho già perso ogni possibilità di rinnovamento. Di alzarmi, poi, neanche a parlarne. Soffro di una tale mancanza di volontà dovuta a un’insolente senilità cronica, che nel migliore dei casi è l’alzabandiera a far sorridere il gallo a prima mattina.
– E voi cosa volete? Volete mangiare?
Non ho un cazzo da offrirvi. Un po’ di pane col burro. Nient’altro.
Lei, invece:
– No!
Perché?
C’era il padre e lei nella storia.
Il padre la picchiava posando le mani pesanti sul suo culo mingherlino. Ecco perché non sorrideva a scuola. Univa le braccia davanti a un muro bianco, a contendersi il colore. A comunicare al mondo, per la sua voglia di ballare su gambe forti, in linea con la volontà di scacciare quei fantasmi pedestri. Lane, per uscire dalla falsa istituzione s’infilava le perle della madre, non ne sputava nessuna. Per sentirsi più vicina, a lei. Che si ami o si tocchi l’inverosimile dolore del pudico silenzio è cosa buona e giusta. L’amore, che si incorpora in uno strato tra pieghe e tessuti di sottile e impercettibile contatto, lascia i segni di un cuore che arriva là dove non gli è permesso. Tra desideri e atomi dominanti. Ottiche non proporzionali al senso di candore commisurabile invece all’infinito.
La piccola Lane non padroneggiava bene il suo corpo, dimorato da un’anima secca e vetusta nonostante la giovane età. Si limitava a possedere i sensi fin quando ne avesse bisogno, poi li abbandonava come sempre nel tempo designato a quel nauseante odore etilico diffuso per la casa. Il padre non percepiva alcuno stipendio da un anno, si limitava a piccoli lavori come svuotare cantine o raccogliere ferro e vetro. Gli serviva, era la sua consapevole incapacità di volersi bene, per non porsi troppe domande, in virtù del fatto di non avere neanche le risposte.
– Sbrighiamoci!
Era un giorno sì, un giorno no.
– Va bene.
Rispondeva.
La voce flebile, quasi volatile. Si consumavano così i secondi, nell’annacquare le tensioni.
Ci voleva un Dio, allora.
– Nel nome del medico Signore.
Le parole uscivano con la maestria oratoria degna di un falso prete. La cura, quella necessaria, era un’altra. Era la fatica di vincere un demone che puzzava. Nessuno può capire quanta repulsione, solo chi ha vissuto sa. E Lane si sentiva ogni giorno sempre meno donna. Nata con l’aspirazione di una famiglia non modello, ma a modo, discuteva con i muri, sempre bianchi, mentre si stringeva le mani al pube, mani rosso sangue, in tinta con scarpe e tacco.
Nessun medico portava con sé la prova del perdono divino con l’assoluzione dei peccati. Era un girovagare per chiese sbagliate di piccoli e grandi centri abitati. Ma nessuna cura, nessun miracolo. Il padre finì con l’essere risucchiato con tutta la sua inutile vita dentro un grosso esofago marino, di lui non si ebbero più notizie. Qualcuno lo intravede ancora aggirarsi per le vie di Portsmouth dondolandosi e andandosi a rinchiudere nella pancia di una piccola barca arenata vicino al molo Nord.
Sì, le storie si intersecano. Le storie fanno giri universali, che se pur piccole e inverosimili spiazzano più dell’ipocrita adulazione per la vana gloria. Insomma, sono i sogni a fare le loro giocate sulle persone sbagliate o giuste che siano, e queste condizionano le proprie esistenze a tal punto da dimenticare il senso del tutto e del niente. E come a un dolce imbrunire si percepiscono ombre, sagome disperse, per le strade segnate di una Portsmouth visibile a un palmo di naso tra la mia finestra e il mondo interminabile oltre il sogno stesso. E quando il visibile si mischia all’inverosimile valichiamo quella percezione che abbiamo di noi stessi, e questo la scrittura lo fa, rendendo i gran signori debosciati di quartiere.

Raffaele Rutigliano, 2017

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